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Il sessismo nella lingua e nei libri di testo: Una rassegna della letteratura pubblicata in italia

1Il termine “sessismo”, neologismo dall’inglese sexism a sua volta creato in analogia a racism ( “razzismo”), viene coniato a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta nell’ambito del neo-femminismo statunitense: come con razzismo si intende discriminazione secondo la razza, con sessismo si intende discriminazione secondo il sesso. Il termine indica qualunque arbitraria stereotipizzazione di maschi e femmine in ragione esclusiva della propria appartenenza sessuale. Sessismo è dunque un termine binario, che si presta ad essere riferito indifferentemente a discriminazioni perpetrate sia contro le donne che contro gli uomini, anche se in origine fu coniato nel lessico femminista con lo specifico scopo di denunciare soprusi e pregiudizi a danno del sesso femminile.

  • 1 C. Robustelli, Lingua e identità di genere. Problemi attuali nell’italiano, in “Studi Ital (…)
  • 2 A. Sabatini, Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, Roma, Presiden (…)
  • 3 Per approfondimenti su questo filone di studi si veda la rassegna: G. Marcato (a cura di), (…)

2Per ciò che riguarda il linguaggio la discriminazione sessista è duplice in quanto si manifesta sia nell’uso della lingua che nel sistema interno della lingua. Il problema della “donna nella lingua” può infatti essere analizzato nel duplice aspetto di “come si parla delle donne” (uso della lingua) e di “cosa il sistema linguistico mette a disposizione per riferirsi alle donne” (le caratteristiche morfosintattiche pertinenti). In un’accezione più generale la nozione di sessismo linguistico «prende in considerazione l’immagine delle donne che emerge dalla pratica linguistica e il contrasto sempre più evidente tra l’ascesa sociale delle donne e la rigidità di una lingua costruita da e per i maschi»1. In Italia questo filone di studi viene inaugurato autorevolmente dalla linguista Alma Sabatini a metà degli anni Ottanta, in due opere pubblicate in rapida successione: Raccomandazioni per un uso non sessista delle lingua italiana, uscito nel novembre 1986, e Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato nell’aprile 19872. Questo non significa che nel nostro paese non fossero stati compiuti in precedenza studi sul rapporto tra lingua e sesso; è vero però che la maggior parte dei lavori italiani che precedono lo studio della Sabatini ha come tema “la lingua delle donne” o “il linguaggio delle donne”, cioè la peculiarità del comportamento linguistico femminile, studiati per lo più in chiave sociolinguistica, un argomento solo marginalmente correlato a quello del sessismo nella lingua3.

3Le pubblicazioni di Sabatini sono frutto di ricerche sul linguaggio dei mass media e dell’editoria scolastica svolte nell’ambito della Commissione Nazionale per la realizzazione della Parità tra Uomo e Donna e sono accomunate da due obiettivi limpidi: sollevare il problema del sessismo dell’italiano, individuandone le forme discriminatorie, e proporre forme alternative. La fase di denuncia è seguita da una fase propositiva. Nel fascicolo del 1986, l’autrice scrive:

  • 4 A. Sabatini, Raccomandazioni cit., p. 15.

In questo particolare momento in cui gli enormi cambiamenti sociali che sono avvenuti e stanno avvenendo nei ruoli dei due sessi premono per avere un riconoscimento linguistico, è importante favorirlo e aiutarlo, dando indicazioni per una liberazione da stereotipi banalizzanti e mutilanti e da segnali linguistici che rivelano e rinforzano il predominio maschile4.

4La prima agenzia fondamentale chiamata a portare avanti questo progetto di “liberazione” dagli stereotipi sessisti dovrebbe essere la scuola e lo strumento chiave attraverso cui agire dovrebbe consistere in un ripensamento e una rivisitazione critica dei testi scolastici, in ottica di genere. Insegnanti e case editrici sono direttamente chiamati in causa nelle Raccomandazioni ( “Suggerimenti a compilatrici e compilatori di libri di testo e a insegnanti”) in quanto «è fondamentale che chi opera nella scuola trasmetta a discenti di ogni grado ed età la consapevolezza acquisita sulla funzione della lingua, sui suoi tranelli e possibili manipolazioni»5. Il volume del 1987, dopo un’ampia introduzione al problema, presenta, ordinati e commentati, i risultati di una ricerca sul linguaggio della stampa e sulla formulazione degli annunci di offerte di lavoro e si chiude con un kit di “Raccomandazioni per un uso non sessista delle lingua italiana”. Mentre il fascicolo si rivolge espressamente agli operatori del settore scolastico, insegnanti e autori di libri di testo, il volume vuole avere due fasce di pubblico: da una parte il mondo dei mass media, dall’altra coloro che si occupano professionalmente di linguaggio e di lingua italiana, e cioè i linguisti, i grammatici, gli italianisti, ecc. Sabatini vuole in questo modo toccare le principali agenzie di socializzazione e di comunicazione e al tempo stesso sollecitare una discussione accademica su una questione che in Italia è stata fino a quel momento trascurata e che invece merita la massima risonanza. La politica linguistica viene interpretata come uno strumento chiave per implementare a livello sociale il principio della parità tra i sessi.

  • 6 Per approfondimenti si rimanda a B. Whorf (1956), Linguaggio, pensiero e realtà, Torino, B (…)

5Nella prefazione a Il sessismo nella lingua italiana il linguista Francesco Sabatini richiama la nota ipotesi Sapir-Whorf6 secondo cui la lingua non solo manifesta, ma anche condiziona il nostro modo di pensare: essa incorpora una visione del mondo e ce la impone. I nostri discorsi non sono ciò che un soggetto singolo in piena libertà decide di dire ma sono in parte indirizzati dalla lingua che usiamo. Si crea quindi un rapporto tra realtà, lingua e pensiero: la lingua non è il riflesso diretto dei fatti reali, ma esprime la nostra visione dei fatti; inoltre, fissandosi in certe forme, in notevole misura condiziona e guida tale visione. La lingua non può essere neutra, non è un mezzo oggettivo di trasmissione di contenuti, al contrario, essa racchiude una particolare rappresentazione del mondo che influenza il pensiero stesso dei parlanti. Il condizionamento di genere è forse quello più evidente: la discriminazione sessista e gli stereotipi di genere pervadono la lingua nella sua interezza e sono rinforzati da essa. Commenta Francesco Sabatini:

  • 7 F. Sabatini, Più che una prefazione, in A. Sabatini, Il sessismo cit., p. 13.

L’impostazione “androcentrica” della lingua […] riflettendo una situazione sociale storicamente situabile, induce fatalmente giudizi che sminuiscono, ridimensionano e, in definitiva, penalizzano, le posizioni che la donna è venuta oggi ad occupare7.

6Possiamo dunque affermare che la lingua che parliamo e le pratiche sessiste che essa incorpora sono indicatori, se non addirittura responsabili, degli stereotipi di genere presenti nella società. Da questi presupposti si apre il lavoro di Alma Sabatini. Partendo da una concezione che vede il linguaggio non solo come uno strumento di comunicazione ma anche e soprattutto come uno strumento di percezione e di classificazione della realtà, appare importante che il suo uso sia “corretto”, non nel senso normativo-prescrittivo del termine, ma nel senso di equo, giusto, non discriminatorio nei confronti di nessun gruppo sociale. L’autrice si rivolge in particolare alla scuola e alla stampa perché è proprio nel momento educativo prima, e in quello dell’informazione poi, che l’individuo forma e fissa definitivamente la propria percezione della realtà e può quindi essere maggiormente influenzato dalle immagini e dagli stereotipi che si riferiscono ai due sessi in modo asimmetrico e, quindi, non paritario.

7Sabatini individua una disparità linguistica tra donna e uomo sia a livello strutturale, cioè di norme linguistiche codificate nelle grammatiche, sia a livello semantico, cioè di significato ed uso delle unità lessicali e delle immagini. Si riconoscono così due manifestazioni di sessismo, un “sessismo intrinseco alla lingua” e un “sessismo nell’uso della lingua”, che l’autrice definisce rispettivamente “dissimmetrie grammaticali” e “dissimmetrie semantiche”.

8Le dissimmetrie grammaticali sono classificate a loro volta nei seguenti sottogruppi:

  • dissimmetrie grammaticali relative all’uso del maschile non marcato, cioè alla funzione bivalente del genere maschile, che si riferisce sia al sesso maschile sia ad entrambi i generi;
  • dissimmetrie grammaticali relative agli agentivi (aspetto particolare del maschile non marcato): nomi che indicano professione, mestiere, titolo, carica, ecc;
  • dissimmetrie grammaticali relative all’uso di prenomi, cognomi, titoli, appellativi.
  • 8 La marcatezza di un termine può essere relativa sia al significato che al significante. Ne (…)

9È interessante analizzare separatamente i tre aspetti riportando per ciascuno i dati emersi dalle ricerche empiriche svolte da Sabatini. Relativamente al primo corpus di dissimmetrie, queste derivano dall’utilizzo del cosiddetto “maschile non marcato” che consiste nella funzione bivalente del genere maschile che può riferirsi sia al maschile che ad entrambi i generi (mentre il femminile è tendenzialmente sempre marcato, nel senso che il suo uso è limitato all’universo femminile)8. Sabatini spiega la questione in questi termini:

  • 9 A. Sabatini, Il sessismo cit., p. 24. Consultando il Grande dizionario della lingua italia (…)

La lingua italiana, come molte altre, è basata su un principio androcentrico: l’uomo è il parametro attorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico. Esempio paradigmatico: la stessa parola «uomo» ha una doppia valenza perché può riferirsi sia al «maschio della specie» sia alla «specie stessa», mentre la parola «donna» si riferisce soltanto alla «femmina della specie»9.

10Nel caso della lingua italiana, come in molte altre lingue a genere grammaticale, il principio del maschile non marcato permea tutta la lingua, in quanto «qualsiasi sostantivo maschile (singolare o plurale) riferito a persona può ugualmente rappresentare i due sessi o il solo maschile: “gli italiani” possono essere sia “gli uomini italiani” sia “le donne e gli uomini italiani”»10. Da ciò discende una centralità e universalità dell’uomo nella lingua che si contrappone alla marginalità e parzialità della donna. Sabatini parla a questo proposito di una falsa neutralità del maschile, che spaccia per universale ciò che è solo dell’ «uomo» (marcato). Molti linguisti controbattono asserendo che nella mente di chi parla e di chi scrive è chiaro quando il maschile neutro si riferisce al solo sesso maschile o ad entrambi i sessi e che nel secondo caso è desemantizzato. Dagli elementi emersi dalla ricerca risulta invece che il maschile neutro è spesso ambiguo per emittenti e riceventi, per un duplice effetto: può occultare la presenza delle donne così come può occultarne l’assenza. L’autrice porta come esempi del primo caso (occultamento della presenza femminile) i termini usati per indicare le prime specie umane: l’Uomo di Pechino, l’Uomo di Cro-Magnon, l’Uomo di Neanderthal, ecc. In realtà il più delle volte i resti di ossa ritrovati non permettevano l’identificazione del sesso (nel caso del primo Uomo di Neanderthal pare si trattasse di un essere di sesso femminile), ma chi può negare che l’immagine che abbiamo di queste specie sia maschile? Ovviamente non viene esclusa la Donna di Cro-Magnon, ma noi non la visualizziamo. Anche i disegni che accompagnano articoli e dossier sull’argomento (oltre che nei testi scolastici) rappresentano figure in linea evoluzionistica, con fattezze sempre più umane, i cui ultimi esemplari sono sempre inequivocabilmente maschi.

11In questo caso il maschile neutro occulta la presenza delle donne ma in altre circostanze può produrre l’effetto opposto. Quando, in un testo scolastico, si parla della democrazia ateniese sottolineando che “gli ateniesi” avevano diritto di voto, viene di fatto nascosta la realtà che questo era negato a circa metà della popolazione, le donne. Per comprendere che gli ateniesi in questione erano unicamente di sesso maschile risultano indispensabili conoscenze storiche ulteriori – che non è detto siano patrimonio comune dei bambini cui si rivolge il libro – oppure si rende necessario un intervento esterno (del maestro/della maestra) per disambiguare il testo. Che la lingua rispecchi e rinforzi l’identificazione degli uomini-maschi con l’universo linguistico salta all’occhio anche nella denominazione di “suffragio universale” ai tempi giolittiani, da cui le donne erano totalmente escluse.

12Le conseguenze linguistiche derivanti dal doppio uso del maschile sono le responsabili di quelle dissimmetrie grammaticali tra donne e uomini che determinano effetti di cancellazione, marginalizzazione e riduzione delle donne nell’ambito del discorso. Ecco le principali dissimmetrie legate all’uso ambiguo di uomo-uomini e dei sostantivi maschili con valore generico:

  • L’uso di sostantivi quali: fratelli, fratellanza, fraternità, padri, paternità, ecc. con valore non marcato (per esempio: la fratellanza dei popoli, la paternità di questo lavoro è da attribuire a Maria X, ecc.);
  • La concordanza al maschile di aggettivi, participi passati, ecc. con serie di nomi femminili e maschili (+ umano), determinata dalla sola presenza di un nome maschile. Secondo le regole della grammatica italiana quando vi è una serie di nomi, femminili e maschili, i participi passati, gli aggettivi, i sostantivi si concordano sempre al maschile anche se i referenti femminili prevalgono. La Sabatini ricorda che tale regola, definita “assorbimento” o “inglobamento” del femminile da parte del maschile, non è ineluttabile visto che per i referenti inanimati è prevista spesso la concordanza con l’ultimo nome11;
  • La precedenza del maschile nelle coppie oppositive uomo/donna (per esempio: ragazzi e ragazze, fratelli e sorelle, bambini e bambine ecc). L’autrice fa notare la coincidenza con la regola d’uso secondo cui, nelle coppie oppositive positivo-negativo, si dà generalmente la prima posizione al positivo: i buoni e i cattivi, il bello e il brutto, il vero e il falso ecc.
  • La designazione delle donne come categoria a parte, quando se ne vuole esplicitare la presenza in gruppi misti (per esempio: vecchi, pensionati, disoccupati e donne)12. Sabatini fa notare che: «Questo modulo, che si potrebbe attribuire al dubbio che le donne non siano comprese nei maschili non marcati precedenti, viene però anche a coincidere con la tendenza “storica” di emarginare le donne dal gruppo, mettendole a parte, in genere insieme a “vecchi e bambini”, oggettivizzandole e trattandole come bagaglio appresso ( “i barbari si spostavano portando con sé donne vecchi e bambini”)»13.
  • Le limitazioni semantiche del femminile, conseguenti al fatto che è sempre marcato, mentre il maschile ha doppia valenza. Per esempio, dire di Marcello Mastroianni che è stato “uno dei più grandi attori italiani” può farlo emergere tra uomini e donne, mentre se parlassimo di Anna Magnani, l’espressione simmetrica, “una delle più grandi attrici italiane”, non includerebbe gli uomini, dato che il femminile è sempre marcato14. All’interno delle riflessioni di Sabatini quella che forse ha generato una più
  • 15 Recentemente la linguista Cecilia Robustelli ha proposto un interessante strumento, Il gen (…)

larga eco e che produce ancora oggi accesi dibattiti (segno che il problema è ancora irrisolto) riguarda il fatto che nella lingua italiana mancano forme femminili simmetriche a quelle maschili per designare cariche, professioni, mestieri e titoli (si tratta del secondo tipo di dissimmetrie grammaticali individuate)15. Non vi è dubbio che all’origine del problema degli agentivi vi è la netta divisione dei ruoli tra donne e uomini, e la preclusione di alcune carriere alle donne fino a tempi recentissimi (la carriera diplomatica e la magistratura sono state aperte alle donne solo nel 1963). La questione diventa però urgente quando le donne entrano in numero sempre crescente in tutti i campi del lavoro e della vita pubblica e accedono a carriere sempre più elevate, prima riservate solo agli uomini.

  • 16 Nella ricerca furono presi in esame i principali quotidiani nazionali a grande tiratura: “ (…)
  • 17 A. Sabatini, Il sessismo cit., p. 29.

13Come definire una donna che svolge la professione di: architetto, assessore, avvocato, chirurgo, imbianchino, medico, muratore, senatore, sindaco, vigile, rettore? Dopo avere analizzato le soluzioni adottate dai giornalisti delle principali testate nazionali16 nel periodo che va dal 1° di novembre al 15 dicembre del 1984, Sabatini conclude che «le parole adottate sono varie, contrastanti, spesso danno un senso di confusione, di incertezza e causano grosse discordanze a livello grammaticale»17. Non essendoci una politica linguistica condivisa tra i giornalisti, si utilizzano alternativamente e in maniera del tutto arbitraria le forme più variegate (talvolta due o tre forme diverse vengono usate all’interno del medesimo articolo). In particolare si registrano tre diverse soluzioni.

  • 18 Si noti che all’interno della stessa frase si utilizzano, per lo stesso referente, prima u (…)

14Una prima strategia consiste nell’uso del titolo al maschile con concordanze al maschile di aggettivi, participi passati, ecc. A titolo esemplificativo: “Il primo ministro indiano assassinato…” (che nasconde, per chi non lo sappia, l’informazione che si tratta di una donna), o “… il premier (Indira Ghandi), scortato da… si è incamminata…” (dove è evidente l’incoerenza negli accordi). Secondo Alma Sabatini con l’uso del titolo al maschile non vi può essere una soluzione soddisfacente dal punto di vista grammaticale, e la presenza dell’articolo maschile “il” connota ancora più incisivamente il maschile del titolo. Il titolo maschile per la donna serve di perenne memento che quella carica spetta all’uomo e il fatto che sia attribuita ad una donna è un’anomalia che non merita di essere sottolineata creando un titolo ad hoc. Ne è riprova il fatto che spesso il titolo al maschile viene impiegato anche nei casi in cui il femminile esiste ed è normalmente impiegato in tutti gli altri registri linguistici. Ecco alcuni esempi: “il senatore Susanna Agnelli”; “l’amministratore unico Marisa Bellisario”; “la dottoressa Rusa Fusco, direttore amministrativo”18; Luciana Castellina, parlamentare europeo; il segretario nazionale della FNSI Miriam Mafai. Il femminile di senatore esiste ed è una forma regolare e socialmente accettabile: senatrice (come vedremo nelle Racccomandazioni, segue la regola -tora -trice). Nel caso di amministratore, direttore e segretario, i corrispondenti femminili sono normalmente usati (amministratrice, direttrice, segretaria) ma per cariche di minor prestigio. Anche con agentivi epiceni (uguali al maschile e al femminile) si usa spesso l’articolo maschile quando si tratta di occupazioni o cariche di prestigio ( “il Presidente della Camera” Nilde Jotti anziché “la Presidente”).

15Come abbiamo anticipato, l’uso di agentivi maschili per riferirsi a donne trova una motivazione socio-culturale nel fatto che le donne svolgono certe professioni solo da poco tempo ma questa spiegazione non è assolutamente sufficiente a dar conto di questa pratica linguistica, soprattutto perché il contrario non viene tollerato: se un uomo viene ad occupare un ruolo che è tipicamente svolto da donne, il termine che grammaticalmente è marcato come femminile non potrà essere utilizzato. Non si potrà dire, per esempio, se non in tono scherzoso: “Piero è (una) casalinga/lavandaia/bambinaia/ balia/maestra d’asilo; si dirà invece: “Piero è (un) casalingo/lavandaio/ bambinaio/balio/maestro d’asilo. In questo senso si nota una dissimmetria grammaticale tra uomo e donna.

16Una seconda strategia per formare titoli professionali femminili consiste nell’utilizzare il modificatore donna, che viene anteposto o posposto al nome base (titolo al maschile). Esempi: donna sindaco, donna ministro, donna questore, ecc. oppure sindaco donna, ministro donna, questore donna, ecc. Queste forme sono dissimmetriche: non c’è un caso in cui “uomo” sia anteposto o posposto al titolo al femminile (uomo balia, uomo casalinga o balia uomo, casalinga uomo); si possono invece sentire: balio e casalingo – sia pure in tono ironico – e segnalano chiaramente che quei titoli sono maschili. Il modificatore donna anteposto al titolo maschile deriva dal sintagma “donna che ha funzione di” (es. “la donna sindaco” sta per “la donna che ha la funzione di sindaco”) il che equivale a riconoscere che la donna non può identificarsi con quella funzione. Al contrario, per gli uomini, il titolo al maschile significa che l’identificazione è perfetta.

17Un terzo escamotage molto utilizzato, talvolta abusato, sia dai giornalisti che dai comuni parlanti consiste nell’aggiunta del suffisso -essa. Tale suffisso, a parere di Alma Sabatini, ha assunto una connotazione spregiativa, ridicolizzante, ostile e spesso viene usato in casi in cui le regole stesse dell’italiano non lo prevederebbero: “vigilessa” o “presidentessa” contro “vigile” o “presidente”, mentre questi due sostantivi sono epiceni e quindi basterebbe cambiare l’articolo (la vigile, la presidente); “avvocatessa” contro “avvocato”, mentre la radicale avvocat- (participio passato) dovrebbe essere seguita, come per gli altri participi passati, dalle due desinenze: -a per il femminile e -o per il maschile. A parere della linguista:

  • 19 A. Sabatini, Il sessismo cit., p. 31. In questi pochi versi l’autrice sintetizza in manier (…)

Tutte queste forme artificiose non fanno che ribadire il concetto che il maschile (genere) è il parametro, che dal maschile si forma il femminile (sempre derivativo) ed il femminile è quello che “manca”. Il principio base è sempre quello che il maschile (genere grammaticale) è superiore così come lo è il maschile (genere sociale) nella società19.

  • 20 M. Cortelazzo, Perché non si vuole la presidentessa?, in G. Marcato (a cura di), Donna e l (…)

18Non è d’accordo su questo punto Manlio Cortelazzo20 che ritiene che non necessariamente le parole femminili terminanti in -essa abbiano una connotazione negativa. Secondo lo studioso occorre distinguere la doppia origine del suffisso -essa. In alcuni casi tale suffisso è stato usato in passato per designare la moglie del titolare della carica (per esempio: generalessa, presidentessa); ma in altri casi è servito fin dagli inizi a distinguere un’attività propria della donna (per esempio nel caso di dottoressa, professoressa, studentessa). Da qui le due diverse connotazioni del suffisso -essa: nel primo caso ( “moglie del titolato”) negativa, nel secondo caso ( “portatrice del titolo”) assolutamente neutra.

  • 21 È immediato constatare che queste pratiche linguistiche asimmetriche sono ancora attualiss (…)

19Arrivando all’ultima delle tre dissimmetrie grammaticali individuate, questa concerne l’uso di nomi, cognomi, titoli e appellativi. Quando si parla di una donna o di un uomo che rivestono un ruolo di rilievo (in politica, in cronaca, nella vita sociale e culturale) la lingua fornisce forme diverse di segnalazione. L’uomo, se noto, viene designato col solo cognome (Cossiga, Moravia, ecc.) più raramente con nome e cognome (Francesco Cossiga, Alberto Moravia, ecc.). La donna invece si sigla con il primo nome ( “Nancy, first lady” per riferirsi a Nancy Reagan), con il solo cognome preceduto dall’articolo la (la Jotti, la Morante ecc.) o indicando nome e cognome (Nilde Jotti, Elsa Morante, ecc.). Frequente è anche l’uso di “signora” davanti a nomi di donne importanti (la Signora Gandhi, la Signora Thatcher); questa consuetudine è impropria e dissimmetrica visto che per l’uomo non si ricorre quasi mai all’appellativo “signor(e)”, ritenuto socialmente sminuente, preferendo utilizzare più prestigiosi titoli professionali o onorifici21. Da notare inoltre la distinzione tra “signora” e “signorina”, equivalente alla divisione del mondo femminile tra donne sposate e non, dissimmetrica rispetto all’unico titolo maschile “signore” (assente “signorino”).

20Oltre agli aspetti formalmente linguistici, strutturali e morfologici, vi sono non poche caratteristiche del linguaggio, come viene generalmente usato a proposito della donna, che sono talmente stereotipate da diventare automatiche quasi come gli usi grammaticali. Nel campo semantico, nell’uso delle parole e delle immagini è difficile parlare di “regole” come per la grammatica; vi sono però delle “regole d’uso”, a cui ognuno di noi si attiene parlando e scrivendo, che ci vengono inconsapevolmente imposte quasi come le regole grammaticali e che possono risultare altrettanto prescrittive. Queste regole d’uso determinano quelle dissimmetrie semantiche a cui si è accennato in precedenza. Esse possono essere distinte in tre tipologie fondamentali. Una prima tipologia è relativa all’uso di aggettivi, sostantivi, forme alterate (diminutivi, vezzeggiativi, ecc.). Vi sono aggettivi, sostantivi e persino verbi che hanno un “genere” secondo gli stereotipi uomo/donna. Ad esempio gli aggettivi “dolce, fragile, mite, minuta, delicata” sono di genere femminile, mentre “audace, potente”, rientrando nella categoria “virile”, possono definirsi di genere maschile. Ma anche in questo caso non vi è completa simmetria. Infatti gli aggettivi femminili sono colpiti da interdizione linguistica nell’uso con referente maschio (chi direbbe mai “è un uomo leggiadro?”) mentre non vi è un’analoga interdizione per l’uso di aggettivi maschili con referenti donne, in quanto il maschile porta sempre con sé una certa connotazione positiva.

  • 22 A. Sabatini, Il sessismo cit., p. 34.

21Un caso ancora più evidente di dissimmetria è quello relativo all’uso di diminutivi e vezzeggiativi, che pare esclusivamente riservato al sesso femminile. Così, è normale riferirsi alle donne con termini come “mammina”, “mogliettina”, “donnina”, “vecchietta”, mentre i corrispondenti termini al maschile ( “papino”, “maritino”, “omino”, ecc.) assumerebbero senz’altro una connotazione negativa, riduttiva oppure ironica. Ancora un esempio: per descrivere l’abbigliamento di una donna si possono usare parole come “cappellino, scarpette, giacchina”, ma sarebbe per lo meno strano parlare delle “scarpette” o della “giacchina” di un uomo22.

22Dalla ricerca di Alma Sabatini emerge anche un fenomeno di polarizzazione semantica di aggettivi e sostantivi, che acquistano cioè significati diversi a seconda che si riferiscano a donne o uomini. Ecco alcuni esempi: “libero” se riferito ad un uomo ha connotazioni morali e intellettuali, se riferito a donna connota chiaramente il suo comportamento sessuale; “serio” per un uomo qualifica la sua dirittura morale in senso lato e “coscienzioso” il suo comportamento corretto soprattutto sul lavoro, mentre per la donna “seria” connota il suo comportamento sessuale e “coscienziosa” le sue doti materne e casalinghe; “carino” riferito ad un uomo ne connota il comportamento gentile, gradevole, garbato; “carina” per una donna connota quasi sempre il suo fisico. La polarizzazione semantica si riferisce anche a sostantivi: “maestro/maestra” hanno una denotazione simmetrica quando si riferiscono all’insegnamento nella scuola elementare, ma per l’uomo, “maestro”, acquista notoriamente una connotazione di altissimo livello qualitativo (es. “maestro di vita”), mancante per la donna.

23Un secondo ordine di dissimmetrie semantiche sono quelle relative all’uso dell’immagine (metafore, metonimie, eufemismi, stilemi stereotipati) e al tono del discorso. Frequente è l’uso di sineddochi quali la “bella”, la “bionda”, la “rossa”, la “bruna bellezza”, in cui una caratteristica fisica stereotipata sta per l’intera persona. Il corrispettivo maschile si usa poco e in situazioni differenti. Ci sono poi una serie di metafore e similitudini stereotipate tratte dal mondo animale e vegetale. Per quanto riguarda il mondo animale la maggior parte delle metafore si riferiscono ad animali considerati notoriamente poco intelligenti (oca, gallina, ecc.) o infidi (vipera) o a felini (tigre, pantera, ecc.) per il loro fascino subdolo e la loro imprevedibilità.

24Alma Sabatini ritiene comunque che la dissimmetria più grave si registra nel tono del discorso riferito alle donne che è quasi sempre calcato, forzato nei colori, emozionale o leggero, ammiccante, condiscendente, insinuante, se non decisamente sprezzante. In particolare nei mass media si usa un registro riduttivo e superficiale perché il peso del discorso è spostato sulla “femminilità” e non poggia sul contenuto del messaggio e della notizia. Quando per esempio si parla di una “donna primo ministro” si sposta l’attenzione sul suo essere donna invece di attirarla sulle sue azioni in quanto “ministro”. Nelle interviste a donne di spicco si tende a fare domande personali, sulla famiglia (es. “Come concilia il suo lavoro con la famiglia, i figli..?”), sugli amori. Tutto questo ha evidentemente l’effetto di sminuire e banalizzare le qualità professionali della donna. Ne è riprova il fatto che domande simili non vengono mai poste ai colleghi maschi perché risulterebbero inopportune.

25Un’ultima occorrenza di dissimmetrie semantiche si registra nell’uso di forme di identificazione della donna attraverso l’uomo, l’età, la professione, il ruolo. Quando, per esempio, viene presentata una coppia, la donna è sempre in seconda posizione: “il Professor Rossi e signora”, “L’ingegner Bianchi e la sua signora”, “L’avvocato Neri e moglie”, ecc. dove molte volte la “signora” è altrettanto nota o altrettanto ignota del marito. Altre volte la donna viene identificata come “la figlia di…” un padre più o meno noto. In tutti i casi la donna viene identificata attraverso l’uomo e il suo ruolo di moglie, fidanzata, figlia, ecc.

  • 23 Su questo assunto vedi A. Donà, Le pari opportunità. Condizione femminile in Italia e inte (…)

26La prima parte del lavoro di Alma Sabatini si chiude qui. La sua ricerca sul linguaggio della stampa ha prodotto importanti risultati: sono emerse profonde dissimmetrie grammaticali e semantiche nel linguaggio a seconda che il referente sia maschio o femmina. Nel volume Il sessismo nella lingua italiana troviamo a seguire un breve resoconto di una ricerca sulla formulazione degli annunci delle offerte di lavoro. Anche in questo caso emerge una disparità di trattamento tra i sessi dovuta essenzialmente al fatto che il maschile non marcato, usato nella maggior parte degli annunci, è in realtà un alibi dietro al quale si nasconde la volontà di offrire molti impieghi esclusivamente agli uomini. L’obbligo di disambiguare l’uso del maschile generico negli annunci di lavoro ha da tempo una specifica normativa nel nostro paese. La legge 903/1977 sulla Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro all’articolo 1 stabilisce che: «È vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale». Tale discriminazione è vietata anche se attuata «in modo indiretto, attraverso meccanismi di preselezione ovvero a mezzo stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso». Come quasi sempre accade per la normativa italiana inerente le pari opportunità, questa si limita a recepire la normativa europea23, in questo caso la Direttiva CEE 76/207 e in particolare le disposizioni dell’articolo 1, dove viene fatto divieto di «fare riferimento al sesso del lavoratore nelle offerte di lavoro e negli annunci relativi all’impiego e alla promozione professionale o di utilizzare in queste offerte di lavoro o in questi annunci degli elementi che, anche senza riferimento esplicito, indichino o sottintendano il sesso del lavoratore». Nella successiva legge 125/1991 di Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro, il legislatore italiano ritorna ulteriormente a precisare il divieto di discriminare, in modo diretto o indiretto, in ragione del sesso di appartenenza dei candidati. Il secondo comma dell’articolo 4 recita: «Costituisce discriminazione indiretta ogni trattamento pregiudizievole conseguente alla adozione di criteri che svantaggino in modo proporzionalmente maggiore i lavoratori dell’uno o dell’altro sesso e riguardano requisiti non essenziali allo svolgimento dell’attività lavorativa»; il comma 3 specifica che: «Nei concorsi pubblici e nelle forme di selezione attuate da imprese private e pubbliche la prestazione richiesta deve essere accompagnata dalle parole “dell’uno o dell’altro sesso”, fatta eccezione per casi in cui il riferimento al sesso costituisca requisito essenziale per la natura del lavoro o della prestazione».

  • 24 A. Olita, L’uso del genere negli annunci di lavoro: riflessioni sull’italiano standard, in (…)

27Possiamo constatare che ancora oggi non ci si attiene a queste indicazioni e la maggior parte delle offerte di lavoro sono formulate con l’utilizzo del maschile non marcato e non disambiguato (neppure attraverso lo splitting: es. infermiere/infermiera). Si crea dunque una dicotomia tra annunci di lavoro “per uomini” e, più raramente, “per donne” e quelli femminili sono generalmente di basso profilo (es. impiegata, cucitrice, commessa, cassiera)24.

28Terminata la parte della ricerca si apre un terzo capitolo recante le note Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Nelle Raccomandazioni l’autrice propone una serie di soluzioni concrete per evitare le forme di sessismo linguistico individuate nella sua ricerca. Ovviamente queste proposte sono quelle più suscettibili di critiche; lo aveva già previsto Francesco Sabatini nella prefazione al volume:

  • 25 A. Sabatini, Più che una prefazione cit., p. 13.

Il rischio maggiore per questo libro è che se ne faccia una lettura superficiale, da parte di chi è pronto all’apologia per partito preso oppure da parte di astiosi critici, che fisseranno gli occhi per lo più sull’ultima parte – le “Raccomandazioni” – mentre maggior conto dovrebbero fare delle altre, che appaiono più pregnanti e penetranti. Agli uni e agli altri sfuggirebbero gli aspetti di problematicità che più volte emergono nel discorso che ci viene proposto25.

  • 26 Indico qui di seguito alcuni articoli di stampa che hanno assunto una posizione polemica n (…)
  • 27 G. Lepschy, Lingua e sessismo, in “L’Italia dialettale”, n. 7, 1988, pp. 7-37. Giulio Leps (…)
  • 28 C. Robustelli, Lingua e identità di genere. Problemi attuali nell’italiano, in “Studi Ital (…)

29E cosi, effettivamente, è stato26. Per questo motivo mi è sembrato opportuno dedicare ampio spazio alla prima parte, mentre farò solo un breve resoconto delle Raccomandazioni prendendo spunto da due articoli che a mio avviso presentano una critica costruttiva, e non polemica, rispetto al lavoro di Alma Sabatini. I due articoli sono quello di Giulio Lepschy Lingua e sessismo27 e quello di Cecilia Robustelli Lingua e identità di genere28.

  • 29 A. Sabatini, Il sessismo cit., p. 104.

30Da premettere che le Raccomandazioni si riferiscono quasi unicamente alle dissimmetrie grammaticali. Per quanto riguarda il campo semantico (l’uso del lessico, delle immagini, dei registri, ecc.), dove la lingua, al di là degli automatismi e condizionamenti, lascia più spazio alla creatività individuale, non si può “raccomandare” una forma anziché un’altra. Come sottolinea Alma Sabatini, starà alla sensibilità di chi scrive o parla «prender coscienza di ciò che le parole possono fare, in particolare di ciò che hanno fatto e fanno alle donne, di come possono emarginarle, ridurle, ridicolizzarle»29 per poi tentare di trovare espressioni linguistiche più rispettose dell’identità femminile.

31Per quanto riguarda le dissimmetrie grammaticali, riporto qui di seguito le proposte più importanti avanzate a proposito dei tre nodi del problema appena esaminati: il maschile neutro (non marcato); l’uso dissimmetrico di nomi, cognomi e titoli; gli agentivi.

32Relativamente all’uso ambiguo del maschile neutro si suggerisce di:

  • evitare l’uso delle parole “uomo” e “uomini” in senso universale. Esse potranno essere sostituite da: persona/e; essere/i umano/i; popolo; popolazione ecc. (per esempio, anziché “i diritti dell’uomo” si potrà usare l’espressione “i diritti umani”);
  • evitare di dare sempre la precedenza al maschile nelle coppie oppositive uomo-donna (per esempio, non dire sempre “fratelli e sorelle, bambini e bambine, uomini e donne” ma alternare “sorelle e fratelli con fratelli e sorelle, bambine e bambini con bambini e bambine” ecc.);
  • evitare le parole: fraternità, fratellanza, paternità quando si riferiscono a donne e uomini (invece de “la fratellanza tra le nazioni” utilizzare “la solidarietà tra le nazioni”);
  • evitare di accordare il participio passato al maschile, quando i nomi sono in prevalenza femminili. Si suggerisce in tal caso di accordare con il genere largamente maggioritario oppure, qualora ci fossero difficoltà nello stabilire il genere maggioritario, con il genere dell’ultimo sostantivo della serie ( “Carla, Maria, Francesca, Giacomo e Sandra sono arrivati stamattina” andrà sostituito con “Carla, Maria, Francesca, Giacomo e Sandra sono arrivate stamattina”).

33Per quanto concerne l’uso dissimmetrico di nomi, cognomi e titoli si raccomanda di:

  • evitare di riferirsi alla donna con il primo nome e all’uomo con il solo cognome o con nome e cognome;
  • abolire l’uso del titolo “signorina”, dissimmetrico rispetto a “signorino”, ormai scomparso e che non è mai stato usato con lo stesso valore (indicare lo stato civile);
  • evitare il titolo “signora” quando può essere sostituito dal titolo professionale (soprattutto quando i nomi maschili copresenti sono accompagnati dal titolo). Per esempio, “… ai lavori coordinati della Signora Roubet partecipa anche il Professor Ceccaldi…” sarà sostituito con “… ai lavori coordinati della Professoressa Roubet partecipa anche il Professor Ceccaldi…”.

34Infine, per quanto riguarda il problema spinoso degli agentivi, le Raccomandazioni propongono di creare la forma femminile di titoli professionali (evitando dunque l’uso del titolo al maschile), con la sola avvertenza di evitare le forme in -essa, sentite come riduttive, oppure di preporre al nome l’articolo femminile. Le varie modalità di formazione del femminile sono così analizzate, partendo dalla forma femminile già lessicalizzata:

  • I termini -o, -aio/-ario, -iere mutano in -a, -aia/-aria, -iera (es. appuntata, architetta, avvocata, capitana, chirurga, colonnella, critica, marescialla, ministra, prefetta, primaria, rabbina, notaia, segretaria, infermiera, pioniera, portiera);
  • I termini in -sore mutano in -sora (es. assessora, difensora, evasora, oppressora, ecc.). I femminili in -essa corrispondenti a maschili in -sore devono essere sostituiti da nuove forme in -sora (es. dottora, professora, ecc.)
  • I termini in -tore mutano in -trice (es. ambasciatrice, amministrattrice, direttrice, ispettrice, redattrice, senatrice, accompagnatrice). Nei seguenti casi non si ha adeguamento morfofonetico al femminile,

ma solo l’anteposizione dell’articolo femminile:

  • Termini in -e o in -a (es. caporale, generale, maggiore, parlamentare, preside, ufficiale, vigile, custode, interprete, sacerdote, presidente, ecc.; poeta, profeta, ecc.);
  • Forme italianizzate di participi presenti latini (es. agente, inserviente, cantante, comandante, tenente);
  • Composti con capo- (es. capofamiglia, caposervizio, capo ufficio stampa).

35È inutile, a mio parere, concentrarsi sui giudizi polemici mossi alle singole raccomandazioni; credo invece che il problema da affrontare sia più generale. Si può sintetizzare con questa domanda: è possibile, e lecito, programmare di modificare una lingua “a tavolino”? Per Alma Sabatini evidentemente sì. Nella premessa alle Raccomandazioni l’autrice esplicita chiaramente i suoi intenti:

  • 30 A. Sabatini, Il sessismo cit., p. 101.

Lo scopo di queste raccomandazioni è di suggerire alternative compatibili con il sistema della lingua per evitare alcune forme sessiste della lingua italiana, almeno quelle più suscettibili di cambiamento. Il fine minimo che ci si propone è di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile30.

36Tali intenti sembrano legittimi e, a parere dell’autrice, sufficienti a giustificare un progetto ardito di modificazione programmata della lingua. Per avvalorare questo progetto la linguista riporta altri esempi analoghi di cambiamenti di tipo ideologico per parole riferite a classi e razze discriminate. Sono scomparsi dalla lingua ufficiale e dalla nostra lingua quotidiana termini quali “facchino”, “spazzino”, “mondezzaro”, “becchino”, “donna di servizio”, sostituiti da “portabagagli”, “netturbino”, “operatore ecologico”, “operatore cimiteriale” e “colf’. Per quanto riguarda le razze, dopo l’olocausto, il termine “giudeo” fu tabuato e sostituito in un primo tempo da “israelita”, poi da “ebreo”; l’uso di “nero” al posto di “negro” è parso necessario. Conclude quindi:

Molti di questi cambiamenti non si possono definire «spontanei», ma sono chiaramente frutto di una precisa azione socio-politica. Essi dimostrano l’importanza che la parola/segno ha rispetto alla realtà sociale ed il fatto che siano stati assimilati significa che il problema è veramente diventato «senso comune» o che, per lo meno, la gente ormai si vergogna al solo pensiero di essere tacciata di «classista» o «razzista». Quando ci si vergognerà altrettanto di essere considerati «sessisti» molti cambiamenti qui auspicati diverranno realtà «normale»31.

37Su quest’ultimo punto sarebbe d’accordo Giulio Lepschy, anche se le sue conclusioni sono ben diverse. Secondo il linguista le Raccomandazioni affrontano il problema dal lato sbagliato. Questa è la sua tesi:

  • 32 G. Lepschy, Lingua e sessismo cit., p. 13.

Si dovrebbero abolire le distinzioni ingiuste tra donne e uomini in tutte le loro implicazioni sociali, economiche, politiche, giuridiche, e lasciare la lingua a se stessa. Se è vero che la lingua rappresenta gli atteggiamenti dominanti, essa rifletterà inevitabilmente una società più equa e meno sessista, una volta che l’abbiamo creata, nello stesso modo in cui ora riflette una società iniqua e sessista. Secondo questa posizione, una lotta che abbia lo scopo di cambiare la lingua, nel migliore dei casi è uno sforzo superfluo, basato su criteri erronei, e nel peggiore distoglie le energie in modo dannoso dal reale obiettivo dell’uguaglianza sociale e giuridica. Una volta che una donna può essere dottore, ministro, Presidente della Repubblica, o papa, è del tutto indifferente che sia chiamata “medica’’/ “ministra”/ “Presidentessa”/ “papessa”, o “medico”/ “ministr o”/ “Presidente”/ “papa” [… ]32.

38In sostanza, afferma il linguista: «Che le donne abbiano pari opportunità di diventare ministri è infinitamente più importante del fatto che siano chiamate ‘ministre’ o ‘ministri’ […]»33. Secondo questa prospettiva i cambiamenti linguistici non possono essere programmati né tantomeno imposti: essi sono una naturale conseguenza di cambiamenti socio-culturali. Giulio Lepschy manifesta un profondo scetticismo sulla realizzabilità di interventi prescrittivi sulla lingua e richiama all’attenzione due tentativi fallimentari avvenuti nel passato in Italia: il prescrittivismo purista durante il Rinascimento e, più di recente, quello fascista.

39Visti i precedenti, ogni tentativo di imporre una politica linguistica (anche se fosse ragionevole e ben intenzionato) non può che essere guardato con sano scetticismo e sospetto dagli italiani. Conclude quindi Lepschy: «Sarebbe un peccato se il disprezzo con cui sono state giustamente trattate le tendenze socialmente e politicamente retrive della tradizione purista e fascista dovesse danneggiare la causa della parità per le donne»34.

  • 35 C. Robustelli, Lingua e identità di genere cit., p. 520.

40Diversa è la posizione di Cecilia Robustelli. Anche lei è d’accordo sul fatto che il sistema della lingua e la sua norma d’uso, essendo il risultato di un lungo processo di assestamento storico, non sono rapidamente modificabili, neppure d’autorità. Inoltre, ricorda la linguista, cambiare la lingua non comporta automaticamente un cambiamento di ideologia (basta pensare alla politica linguistica fascista che ha imposto l’uso del Voi al posto del Lei: i rapporti interpersonali non ne sono risultati alterati, né quell’uso si è radicato nelle abitudini linguistiche degli italiani). Emerge cioè un «contrasto tra la norma linguistica che prescrive certi usi e sembra bloccarne altri, e la necessità di una lingua agile, al passo con i tempi e rispettosa dell’identità di genere»35. Tale distinzione è riconducibile a quella tra la lingua come sistema virtuale e la sua realizzazione testuale. La realtà linguistica dimostra che il rapporto tra “sistema” e “realizzazione” non è biunivoco, ma permette una certa gamma di variazione. È su questo punto che si concentra la linguista per trovare una soluzione al problema di possedere una lingua più rispettosa dell’identità di genere. Già Francesco Sabatini si era soffermato su questo nodo problematico:

  • 36 A. Sabatini, Più che una prefazione, cit., p. 16.

Sono evidenti le assurdità che oggi derivano dall’uso del maschile onnivalente quando si considerino i vocaboli non isolatamente o in frasette artificiali, ma nel contesto di discorsi reali nei quali si intrecciano i riferimenti alla funzione con i suoi attributi e quelli alla persona, con tutte le sue caratteristiche naturali. […] non è possibile separare nettamente il “pubblico” dal “privato”: l’uso delle parole, e quindi dei titoli professionali, va osservato nelle situazioni comunicative reali e non su un foglietto di carta. Si immagini, ad esempio, una telefonata in cui si chiede se c’è “il notaio” o “l’architetto” e si sviluppa poi il discorso ( “è occupato”, “è partito”, “è stato informato della mia telefonata?”, “è sceso al bar”, “è stato chiamato in cantiere”, ecc.), quando in realtà si tratta di una donna, e con piena cognizione degli interlocutori36.

41Parlando degli usi della lingua occorre quindi separare il sistema astratto (descritto dalla grammatica) dai vari tipi di testo che produciamo nelle diverse situazioni comunicative reali, in base ai diversi tipi di rapporto comunicativo che sussistono tra l’emittente e il ricevente. Ciò non vuol dire, afferma Robustelli, che la norma linguistica non abbia valore:

  • 37 C. Robustelli, Lingua e identità di genere cit., p. 521.

In una civiltà complessa la codificazione linguistica rappresenta una necessità. In contesti comunicativi rigidi quali quelli istituzionali, rispecchiati nei testi legislativi e nell’insieme della lingua giuridica, difficilmente ci si distaccherà dalla codificazione tradizionale, e quindi dal predominio del genere grammaticale maschile37.

42È però nell’ambito delle comunicazioni quotidiane, scritte o parlate, che si prospetta una maggiore duttilità della lingua che deve essere capace di seguire le regole della tradizione grammaticale ma al tempo stesso essere pronta ad adattarsi a contesti comunicativi che cambiano continuamente e che necessitano di un rinnovamento linguistico per veicolare messaggi rispondenti a nuove realtà. È in tali contesti che si può cercare di colmare il gap che si è venuto a creare tra i cambiamenti sociali che hanno investito il mondo femminile negli ultimi decenni e la rigidità di una lingua che tarda a farsene portavoce e a rappresentarli. Robustelli conclude che «in situazioni di comunicazione comune la lingua può “oscillare”. Se quindi in un contesto giuridico l’espressione “il notaio Finzi” può riferirsi, in astratto, a un uomo come ad una donna, in un contesto comunicativo nel quale si debba annunciare che la persona in questione ha aperto il testamento di suo marito si potrà usare la forma femminile “la notaia Finzi”»38.

43Non si tratta dunque di imporre cambiamenti linguistici ma di dare la giusta visibilità e rispondenza linguistica al nuovo status sociale delle donne. Mi pare perfettamente condivisibile a questo proposito l’opinione espressa da Cardinaletti e Giusti, alle cui parole lascio la conclusione su questa riflessione:

  • 39 A. Cardinaletti e G. Giusti, Il sessismo nella lingua italiana, inflessioni sui lavori di (…)

In una concezione della lingua come depositaria di cultura, come prodotto della società che la parla, appare vano tentare di modificare la lingua e pretendere che sia un tale cambiamento ad influenzare la società, se questa è stata ed è ancora una società sessista. Ma se è invece vero che la realtà sociale italiana è in via di modificazione, la discussione di quegli aspetti della lingua e del discorso che non riflettono ancora tale realtà e che anzi perpetuano stereotipi già spesso superati nella realtà viene ad essere necessaria39.

  • 40 Il pensiero della differenza sessuale, che in Italia ha avuto la sua massima espressione n (…)

44Il sessismo implica l’attribuzione di caratteristiche stereotipate a maschi e femmine in base al loro sesso di appartenenza. Gli stereotipi non sono altro che generalizzazioni, condotte su un gruppo di persone, in cui caratteristiche identiche vengono attribuite a tutti i membri del gruppo, senza tener conto delle variazioni fra i membri. Gli stereotipi bloccano l’attività critica e la visione dell’altro come individuo unico nelle sue peculiarità e solitamente vengono utilizzati per razionalizzare – e quindi giustificare – il trattamento di alcuni gruppi come inferiori. Gli stereotipi di genere costituiscono delle vere e proprie gabbie, culturalmente costruite, entro le quali lo sviluppo dei singoli viene forzato a plasmarsi in base ad aspettative sociali stringenti, che mirano a ricondurre la varietà delle differenze individuali in due macrocategorie polarizzate: quella maschile e quella femminile. Tali categorie non sono poste su un piano di parità ma si strutturano invece in una relazione gerarchica che vede il polo maschile dominare il femminile, avendo da sempre il potere – culturale – di definirlo come sua alterità negativa40.

  • 41 Sul processo di addestramento precoce ai ruoli sessuali non si può prescindere, nella lett (…)

45Questa divaricazione sessista dei destini maschili e femminili si struttura fin dalla primissima infanzia quando in famiglia si inizia a tessere un percorso biografico differente per maschi e femmine, frutto di piccole ma incessanti scelte quotidiane che tendono progressivamente ad incanalare i percorsi degli uni e delle altre verso sentieri differenti, sempre più divergenti. Se le decisioni operate dal mondo adulto in merito all’educazione di figli e figlie avvengono sulla base di stereotipi già collaudati dalla tradizione e riproposti in maniera automatica, i percorsi si snodano nella maniera più semplice e naturale: per ogni bivio c’è un cartello che indica in maniera chiara la direzione da prendere. Questi bivi non coincidono necessariamente con le grandi scelte, anzi, spesso vengono oltrepassati senza neppure accorgersene, quasi per inerzia: predisporre un corredino rosa per la neonata e azzurro per il neonato diventa un semplice atto di routine, così come acquistare una bambola per la bambina e una macchinina per il bambino, o ancora, rimproverare una bambina per essere troppo movimentata e stimolare il bambino ad essere attivo; deridere il maschietto che piange perché si comporta come una “femminuccia” e allo stesso tempo accettare come naturale che sia la bambina ad esternare i propri sentimenti e le proprie debolezze. Questo lento ma implacabile addestramento ai ruoli sessuali registra i suoi prodotti già all’ingresso alla scuola d’infanzia, verso i tre-quattro anni, età in cui i bambini e le bambine si sono già identificati nel loro ruolo sessuale e conoscono perfettamente il comportamento adatto al proprio sesso41. La costruzione dell’identità di genere non può prescindere dall’assunzione di modelli di riferimento adulti nei confronti dei quali i soggetti in formazione attivano processi di imitazione e poi di identificazione: le bambine attingeranno al modello femminile, in primis quello materno, i bambini si proietteranno sul modello paterno, maschile, e desidereranno assomigliargli. Essendo i due modelli così differenti tra loro identificarsi nell’uno o nell’altro porterà automaticamente alla differenziazione.

  • 42 Nel contesto attuale l’immaginario sul maschile e sul femminile e sui canoni – sempre mute (…)

46Oltre al mondo reale, di uomini e donne in carne ed ossa che bambini e bambini incontrano nella loro vita, c’è un mondo altro, parallelo, immaginario, simbolico, che si pone in perfetta continuità con il primo nell’offrire ulteriori conferme ai modelli di genere dominanti: è il mondo delle fiabe, della letteratura per l’infanzia, dei libri di testo42. Le storie narrate a bambini e bambine hanno una grande influenza nello sviluppo della loro identità perché forniscono modelli semplificati in cui è facile identificarsi. In particolare, per quanto riguarda l’identità di genere, le storie propongono modelli stereotipati di mascolinità-femminilità e chiedono implicitamente ai loro lettori di assecondare tali modelli immedesimandosi con il personaggio appartenente al proprio sesso. Come ricorda Elena Gianini Belotti:

  • 43 E. Gianini Belotti (a cura di), Sessismo nei libri per bambini, Milano, Edizioni Dalla par (…)

Riteniamo le storie per bambini più innocue di quanto in realtà non siano. Invece, con questo mezzo, sono trasmessi i valori culturali della società in cui viviamo, cioè indicazioni precise di come si vive o si dovrebbe o si vorrebbe che si vivesse, di ciò che è bene e di ciò che è male, di ciò che è bello e di ciò che è brutto, di quello che è augurabile e di quello che non lo è. È attraverso la sua capacità di identificazione con i personaggi e la vicenda che quelli vivono che il bambino fa suoi questi valori, li interiorizza: la letteratura infantile, ben lungi dall’essere soltanto quello che noi vediamo, cioè un modo di intrattenere il bambino, è un potentissimo agente di trasmissione culturale dei valori cui tutti rispondiamo43.

  • 44 G. Lobban, I ruoli sessuali nei libri di lettura, in Gianini Belotti (a cura di), Sessismo (…)

47Se è vero che le storie con i loro personaggi esercitano una grande influenza, a maggior ragione i libri adottati nelle classi scolastiche hanno una ricaduta determinante sulla concezione che il bambino crea su se stesso e sul mondo circostante. In particolare, i libri della scuola elementare vengono presentati in un contesto autorevole, la scuola, e costituiscono il primo approccio dei bambini con una visione strutturata del mondo proposta da un’istituzione esterna alla famiglia. Inoltre i contenuti di questi testi devono essere “studiati” dai bambini (dando così per sottinteso che siano giusti e indiscutibili) e sono fruiti con continuità per un lungo arco di tempo. I libri di lettura ribadiscono l’approvazione ufficiale di comportamenti che il bambino ha già appreso in età prescolare dai genitori, dai mezzi di comunicazione e da altre fonti44. Ogni singolo aspetto dei testi scolastici può assumere il peso di un imperativo indiscutibile, soprattutto se non diviene oggetto di discussione all’interno della classe, cioè se non viene contestualizzato, esaminato criticamente, analizzato. La presenza di certe immagini può fissarsi nella mente di lettori e lettrici in maniera indelebile, accompagnata talvolta da grossi punti interrogativi sul loro significato (che senso può essere attribuito, per esempio, alle eterne immagini di donne chine a terra, scapigliate, con pezzola in testa e pantofole d’ordinanza, intente a pulire il pavimento se i lettori non hanno mai visto le loro madri cimentarsi in simili attività e con una simile mise?).

  • 45 T. Gianini Belotti (a cura di), Sessismo nei libri cit., p. 8.
  • 46 Ivi, p. 9.

48Anche la collocazione dei singoli personaggi è molto importante, così come lo è la loro assenza: «Che cosa può significare per un bambino una storia ripetuta innumerevoli volte, dove manchi completamente una figura femminile o, al contrario, una maschile? […] Che cosa può significare per il bambino una figura maschile ritratta sempre in primo piano sulla pagina e una piccola figura femminile che fa solo capolino sullo sfondo?»45. Se questa collocazione viene ripetuta con regolarità, la sua casualità sparisce per rivelare una precisa intenzione che può sfuggire a noi ma non sfugge al bambino-lettore. Quello che fanno o dicono i personaggi a noi può apparire banale o insignificante, ma per il bambino è sempre pregnante di significato: «ci sono i personaggi statici che assistono passivamente allo svolgersi degli avvenimenti e ci sono i protagonisti, ci sono i personaggi che lavorano e quelli che si divertono, quelli che fanno lavori affascinanti e prestigiosi e quelli che fanno lavori banali e noiosi, quelli che corrono avventure e quelli che sono soltanto spettatori delle avventure altrui»46.

49La presenza di certi personaggi piuttosto che di altri, le azioni che compiono, la loro collocazione all’interno della storia sono certamente frutto dell’inventiva dell’autore (o dell’autrice) che però non è mai completamente libera: anche la fantasia letteraria si muove nell’ambito di un condizionamento sottile che presume l’accettazione di valori chiave della nostra cultura, ai quali è ben difficile sottrarsi. Basta una semplice inversione di ruoli per portare a galla l’assoluta arbitrarietà di ciò che comunemente consideriamo “normale”: tutti giudicheremmo inaccettabile una storia in cui i personaggi femminili fossero protagonisti di mirabolanti avventure mentre quelli maschili fossero confinati a casa ad aspettare il loro ritorno provando ricette di cucina, cucinando torte e indossando immacolati grembiulini47.

  • 48 R. Pace, Immagini maschili e femminili nei testi per le elementari, Roma, Presidenza del C (…)

50Dunque, i libri di testo, e in particolare quelli per la scuola primaria, hanno un’influenza decisiva nella formazione dell’identità dei soggetti: le loro immagini e i loro contenuti possono fissarsi nelle menti infantili con la forza di modelli inconfutabili. Date queste premesse quello che ci si deve aspettare da un testo scolastico è che, perlomeno, fornisca un’immagine realistica della società e suggerisca ai bambini una grande varietà di modelli, di situazioni da cui attingere per costruire un’immagine di sé e del mondo esterno48. Vedremo invece che studi condotti in paesi diversi rilevano un dato unanime: nei testi scolastici c’è una tendenza all’immobilismo, nel senso che si propongono contenuti culturali spesso più arretrati delle stesse conquiste legislative del paese, della stessa mentalità corrente, del senso comune. Questo vale anche per i modelli di maschio e femmina che sono fortemente stereotipati e mostrano immagini di uomini e donne irrealistiche e ormai superate nella realtà. Si nota soprattutto una discrepanza tra il mondo femminile mostrato nei libri, che ruota intorno ad attività domestiche e alla cura dei figli, e il mondo reale delle donne che per la maggioranza lavorano fuori di casa.

  • 49 Il volume si compone di tre contributi: L.J. Weitzman, D. Eifler, E. Hokada e C. Ross, L’e (…)

51Se ci addentriamo nella letteratura pubblicata in Italia sul tema del sessismo nei testi scolastici ci scontriamo con un primo, importante, dato da menzionare: lo scarso numero di ricerche e pubblicazioni. Dalla mia ricognizione bibliografica, anteriormente alle ricerche del Polite, emergono soltanto due opere di rilievo: Sessismo nei libri per bambini a cura di Elena Gianini Belotti e Immagini maschili e femminili nei testi per le elementari di Rossana Pace. Il testo curato da Elena Gianini Belotti, datato 1978, presenta una rassegna di tre ricerche realizzate nel contesto internazionale (Usa, Gran Bretagna)49 e si conclude con le “Proposte – stilate dalla casa editrice McGraw-Hill – per un trattamento non discriminante dei due sessi”. Sebbene le tre indagini siano state realizzate in paesi diversi e abbiano come oggetto di studio testi che si rivolgono a differenti fasce d’età (età prescolare, scuola elementare) sorprende l’omogeneità dei risultati; invece di analizzarle separatamente pare utile sintetizzare i risultati condivisi più significativi. Sarà poi presentato un resoconto a sé stante delle linee guida della casa editrice McGraw-Hill che sorprendono per la loro lungimiranza (sono state formulate nel 1974 ma sono ancora attualissime).

52Il primo risultato unanime emerso è un dato prettamente quantitativo: sia nei testi che nelle illustrazioni si ha una netta prevalenza numerica dei maschi sulle femmine. Questa disparità numerica viene letta come un segno chiaro e indiscutibile di sessismo: dato che le donne rappresentano circa la metà della popolazione, se non ci fossero pregiudizi dovrebbero essere presenti nei libri esaminati in circa metà delle illustrazioni e dei testi. Invece non è così. Leggendo alcuni libri di lettura si ha l’impressione di avere a che fare con un universo esclusivamente maschile; le donne, anche quando sono presenti, sono relegate a ruoli insignificanti, di scarso rilievo, mentre tutta l’attenzione è rivolta ai maschi (bambini e adulti) e alle loro imprese. Questa invisibilità, o marginalità, femminile non passa certamente inosservata ai giovani lettori che senz’altro ipotizzeranno delle cause di questa strana assenza; la più ovvia, probabilmente, è che se nessuno si degna di parlare delle femmine e delle loro attività significa che donne e bambine non contano molto nella realtà e che le loro attività non sono interessanti, né socialmente importanti. Il discorso opposto vale ovviamente per i maschi: la loro schiacciante superiorità numerica nei testi può essere facilmente interpretata da bambini e bambine come una loro effettiva supremazia nel mondo reale. Dunque, anche da un mero dato quantitativo (percentuale di maschi e femmine nelle storie e nelle immagini) si ricavano informazioni più profonde, qualitative: dalla presenza o assenza di uno dei due sessi nei testi scolastici si può dedurre la relativa importanza a livello sociale.

  • 50 L.J. Weitzman, D. Eifler, E. Hokada e C. Ross, L’educazione ai ruoli sessuali cit., p. 20.

53I dati riguardanti le differenti attività riservate a bambine e bambini possono essere sintetizzati in un semplice concetto: i bambini sono attivi e le bambine passive. I maschi vengono presentati in ruoli appassionanti e avventurosi, sono impegnati nelle più svariate attività di movimento e pretendono una maggiore indipendenza; le bambine sono invece ritratte come passive, sedentarie e vengono rappresentate più frequentemente dei maschi dentro le mura domestiche. Questa segregazione spaziale impone evidentemente un’ulteriore limitazione alle attività e alle possibili avventure delle ragazze. Mentre i bambini giocano nel mondo reale, fuori di casa, le bambine stanno sedute a guardarli, tagliate fuori dal mondo reale da finestre, portici e siepi divisorie. Può essere fatta un’ulteriore osservazione in merito alle attività di servizio compiute dalle bambine che rimangono in casa: perfino le bimbe più piccole, nelle storie esaminate, svolgono ruoli femminili tradizionali, volti a compiacere e ad aiutare i fratelli e i padri. Vengono cioè addestrate al ruolo ausiliario della “donnina”: per la comodità dei loro futuri mariti, le bambine dei libri imparano a fare il bucato, a stirare, a stendere la biancheria, a cucinare, ad apparecchiare e a badare al fratellino minore, in vista del futuro figlio. In sostanza, «mentre le bambine offrono servigi (funzione di servizio), i bambini assumono l’iniziativa (funzione di guida)»50.

54Un altro dato emerso dalle ricerche riguarda il senso di cameratismo che viene incoraggiato nei maschi attraverso le avventure di cui sono protagonisti. I maschi, nelle storie esaminate, accettano l’aiuto dei loro compagni per portare a termine un progetto, si uniscono in una banda per essere più forti, credono nell’amicizia (tra maschi). È ben raro, invece, veder bambine che lavorano o giocano insieme. Nonostante nella realtà le donne passino molto tempo in compagnia di altre donne, i libri per bambini sembrano sottintendere che le “femmine” non possono esistere senza uomini. Questo vale soprattutto per le bambine: il loro ruolo viene prima di tutto definito da quello dei bambini e degli uomini che fanno parte della loro vita.

55Una terza area di indagine riguarda le modalità di rappresentazione del mondo adulto. Abbiamo già avuto modo di sottolineare quanto i modelli adulti costituiscano un’importante componente dell’educazione ai ruoli sessuali in quanto «osservando gli adulti, uomini e donne, i bambini e le bambine imparano ciò che ci si aspetta da loro, divenuti grandi; tenderanno a identificarsi con gli adulti del loro stesso sesso e a desiderare di essere come loro. In altri termini, i modelli adulti non solo presentano al bambino la sua immagine futura, ma ne influenzano anche le aspirazioni e le mete»51. Nei libri esaminati la rappresentazione di uomini e donne è fortemente stereotipata, per entrambi i sessi. Ancora una volta, le femmine sono passive mentre i maschi sono attivi; gli uomini predominano nelle attività fuori casa, le donne sono viste per la maggior parte in casa, dove svolgono quasi esclusivamente attività di servizio, prendendosi cura degli uomini e dei bambini della loro famiglia. Le (poche) donne adulte presenti nelle storie vengono quasi sempre indicate come madri o mogli; in rarissimi casi si parla di donne che lavorano e, quando accade, vengono attribuite loro le tipiche professioni di maestra, commessa, infermiera. Al contrario, gli uomini sono definiti in una varietà di ruoli più ampia: non solo come padri, nonni, zii ma anche, in base alla professione svolta, come postini, pescatori, negozianti, dottori, ferrovieri, poliziotti, muratori, macchinisti del treno, guidatori d’autobus, ecc.

56È immediato constatare che la realtà presentata in questi libri per bambini è molto distante dalla realtà effettiva, soprattutto nella rappresentazione del mondo femminile. Oggi, ma anche negli anni Settanta quando sono state realizzate le ricerche, la donna non è più confinata in casa ad occuparsi delle attività domestiche e dell’educazione dei figli; la maternità, che nei libri esaminati viene presentata come un mestiere a tempo pieno che dura tutta la vita, è per la maggioranza delle donne un impegno a tempo parziale che dura qualche anno. È quindi normale per le donne di oggi svolgere un’attività retribuita fuori casa, in una varietà di professioni sempre più ampia.

57Le autrici delle ricerche sono concordi nel ritenere che i libri esaminati presentano un mondo irrealistico, molto più arretrato di quello reale e spesso estraneo alla grande maggioranza dei bambini, le cui madri di fatto lavorano. La stessa mancanza di realismo emerge in parte anche nella rappresentazione degli uomini e delle loro attività: i mariti non si abbassano mai a condividere i doveri della cura dei figli, né danno una mano a lavare i piatti, a cucinare, a pulire o a fare la spesa. I padri hanno solo il dovere di lavorare e quando tornano a casa sono legittimati a leggere tranquillamente il giornale o a guardare la tv, avviluppati nella propria poltrona.

58Oltre che identificarsi nei ruoli sessuali e nutrire aspirazioni adeguate a tali ruoli, i bambini e le bambine vengono educati ad accettare la valutazione relativa che la società fa dei due sessi e a dare per scontate le caratteristiche che vengono considerate tipiche dei due sessi. Per quel che riguarda lo status relativo ai due sessi, imparano che i maschi hanno un valore maggiore delle femmine; per quello che concerne le differenze di personalità, imparano che i maschi sono attivi e realizzatori mentre le bambine sono passive ed emotive. Le femmine sono anche definite: tranquille, gentili, educate, paurose, ordinate, pulite, affettuose; i maschi sono invece: aggressivi, competitivi, determinati, amanti del rischio, indipendenti, avventurosi.

59Dall’insieme delle ricerche riportate emerge in sostanza che, nella letteratura infantile e nei testi di lettura per le scuole elementari, si ha una rappresentazione decisamente squilibrata dei due sessi. Le femmine, oltre ad essere sottorappresentate, vengono qualificate banalmente come passive e “prestatrici di servizi”; confinate nelle mura domestiche, esse sono identificate in modo semplicistico nel ruolo di moglie e madre. I maschi, al contrario, vengono decisamente sovrastimati e rappresentati in modo molto articolato: sono attivi, svolgono una varietà di mansioni, si muovono liberamente nello spazio. È opportuno chiedersi che tipo di effetti può provocare questa rigida stereotipizzazione sessuale sui bambini-lettori e, soprattutto, sulle bambine-lettrici. Se è vero che i personaggi in cui i bambini possono identificarsi sono in grado di proporre loro nuove modalità di comportamento e di definire i loro doveri e le loro aspirazioni, allora i modelli del proprio sesso offerti ai piccoli lettori possono solo servire a rinforzare i ruoli sessuali patriarcali che i bambini hanno già appreso nel contesto familiare. A questo proposito Glenys Lobban, una delle ricercatrici, scrive:

  • 52 G. Lobban, I ruoli sessuali cit., p. 43.

I libri di lettura, come tutta la letteratura infantile, vertono sulle imprese del maschio. Le bambine che li leggono sono già state abituate a credere che i maschi sono superiori alle femmine, e più bravi in tutto tranne che nelle faccende domestiche, e i racconti di tali libri non fanno che aggravare il danno inferto dalla società all’autostima delle bambine. L’assenza più totale di personaggi femminili che si cimentano con successo in attività “non-femminili” e che sono indipendenti, garantisce che le ragazzine che nutrano simili aspirazioni non ricevono il minimo incoraggiamento. Allo stesso modo, i maschi che sentono il bisogno di esprimere le proprie emozioni, magari attraverso il pianto, non trovano modelli maschili cui ispirarsi52.

60La definizione di ruoli sessuali rigidi e stereotipati appare quindi dannosa per entrambi i sessi, non solo per quello femminile. La strategia più semplice da adottare è allora di indebolire tali stereotipi, offrendo una rappresentazione più variegata di entrambi i sessi. Si potrebbero allora presentare bambine avventurose, bambini emotivi, donne che lavorano, uomini che danno il loro contributo alla cura della casa e dei figli. In fondo non occorre un grande sforzo di immaginazione: la realtà si sta già muovendo in questa direzione. È sufficiente allora che i testi scolastici ne prendano atto e incentivino bambini e bambine al cambiamento, alla mobilità sociale e alla trasformazione dei ruoli, visto che quelli tradizionali cominciano a stare stretti un po’ a tutti. Soprattutto alle donne.

61Il testo curato da Elena Belotti si chiude con le sopra citate Proposte della McGraw-Hill per un trattamento non discriminante dei due sessi. Nel 1974 la casa editrice statunitense pubblica queste proposte ad uso del personale di redazione e dei suoi scrittori, per cercare di rendere operativo il principio di un trattamento paritario dei sessi. Nell’introduzione gli autori dichiarano le finalità del loro lavoro:

  • 53 Proposte della McGraw-Hill per un trattamento non discriminante dei due sessi, in Gianini (…)

Il nostro intento, nella stesura di queste indicazioni di massima, è di contribuire a eliminare dalle pubblicazioni della casa editrice McGraw-Hill certi presupposti sessisti e di offrire a ciascun individuo una maggiore libertà di perseguire i propri interessi e di realizzare le proprie potenzialità. In particolare ci proponiamo di far prendere coscienza al personale di redazione e agli scrittori della McGraw-Hill delle varie maniere in cui maschi e femmine vengono stereotipati nelle pubblicazioni; di porre in rilievo il ruolo svolto dalla lingua nel rafforzare tali stereotipi; e di indicare soluzioni concrete volte a dare nelle nostre pubblicazioni un trattamento giusto, corretto ed equilibrato ad entrambi i sessi53.

62Riporto qui di seguito le proposte più significative che sono state raggruppate per comodità nei seguenti macro-argomenti.

  1. Sottolineare le caratteristiche umane comuni
    • Uomini e donne andrebbero trattati in primo luogo come persone, e non come appartenenti a due sessi opposti. Bisognerebbe sottolineare la loro comune umanità e le loro caratteristiche comuni, e non le loro differenze di sesso. Nessuno dei due sessi dovrebbe essere stereotipato né assegnato arbitrariamente a un ruolo dominante o secondario.
    • Si dovrebbero rappresentare donne e bambine con le stesse capacità, interessi e ambizioni attribuite agli uomini e ai bambini, e viceversa. Le qualità che tradizionalmente vengono lodate nei maschi – come la spavalderia, lo spirito d’iniziativa e di autoaffermazione – dovrebbero essere lodate anche nelle femmine. E, per converso, le qualità che vengono approvate nelle femmine – la delicatezza, la compassione e la sensibilità – andrebbero lodate anche nei maschi.
    • Al pari degli uomini e dei ragazzi, anche le donne e le ragazze dovrebbero essere descritte come persone indipendenti, attive, forti, coraggiose, decise, tenaci, serie, capaci di riuscire. Si dovrebbe ricavare l’impressione che donne e ragazze sappiano, come sanno, usare la logica, risolvere problemi intellettuali e prendere decisioni. E gli uomini dovrebbero essere descritti qualche volta come persone tranquille e passive, o timorose e indecise, o illogiche e immature. Vanno in particolare evitati gli stereotipi del maschio logico e obiettivo e della femmina emotiva e soggettiva.
  2. Le donne: famiglia e lavoro
    • Il materiale didattico non dovrebbe presupporre che le donne siano mogli e madri a tempo pieno, bensì sottolineare il fatto che le donne hanno, per quanto riguarda il loro stato civile, le stesse possibilità di scelta degli uomini: alcune scelgono di non sposarsi mai, altre non hanno nessuna fretta di sposarsi; altre ancora si sposano ma non hanno figli, mentre altre si sposano, hanno figli, e continuano a lavorare fuori casa.
    • Il materiale didattico non dovrebbe mai sottintendere che tutte le donne hanno “l’istinto materno” o che il clima emotivo della famiglia risente (negativamente) del fatto che la donna lavora. Si dovrebbe dire invece che quando entrambi i genitori lavorano fuori casa, l’educazione dei figli viene divisa più equamente tra i genitori o ci si serve in misura maggiore degli asili nido, delle scuole materne o di altre strutture sociali.
  3. Le professioni
    • Anche se molte donne continueranno a scegliere occupazioni tradizionali, come la casalinga o la segretaria, non si dovrebbero rappresentare questi ruoli come tipici, bensì mostrare le donne in una molteplicità di professioni e mestieri: come medici e dentisti, non sempre come infermiere; come presidi e docenti universitari, non sempre come maestre; come avvocati e giudici, non solo come assistenti sociali; come direttori di banca, non solo come ragioniere; come membri del Parlamento, non solo come membri dell’Associazione genitori-insegnanti.
    • Alla stessa stregua, non si dovrebbero rappresentare gli uomini come se soggiacessero ineluttabilmente, nella scelta dei loro interessi, dei loro atteggiamenti, e della carriera, alla “mistica della mascolinità”. Non si dovrebbe dare l’impressione che il loro valore dipenda interamente dal reddito o dal prestigio sociale del loro lavoro. Non dovrebbero essere condizionati a credere che l’uomo debba guadagnare più della donna, o essere il solo a mantenere la famiglia.
    • Bisognerebbe infrangere gli stereotipi professionali sia per gli uomini che per le donne. Nessun lavoro dovrebbe essere considerato tipico di un sesso, né si dovrebbe mai sottintendere che certi mestieri sono incompatibili con la “femminilità” di una donna o la “virilità” di un uomo. Anche le donne dovrebbero essere rappresentate come ingegneri, piloti, idraulici, muratori, programmatori elettronici, tecnici della televisione e astronauti e altrettanto gli uomini dovrebbero essere rappresentati come infermieri, maestri d’asilo, segretari, dattilografi, bibliotecari, archivisti, telefonisti e baby-sitter.
  4. Condivisione delle attività domestiche
    • Sia gli uomini che le donne dovrebbero essere rappresentati nello svolgimento di tutte le attività domestiche: cucinare, pulire la casa, lavare l’automobile, fare piccoli lavori di manutenzione. Si dovrebbero far vedere anche gli uomini che cucinano, fanno il bucato o cambiano i pannolini al figlio, mentre la donna lava la macchina o va a vuotare il bidone della spazzatura.
  5. Vari incentivi a bambini e bambine
    • Le bambine dovrebbero essere rappresentate con le stesse possibilità di scelta dei maschi negli studi e, di conseguenza, nella carriera professionale. I materiali didattici dovrebbero essere tali da incoraggiare le femmine a interessarsi di matematica, di meccanica e di sport di movimento; e da non far mai vergognare i ragazzi se si interessano di poesia, arte, musica o saranno portati per la cucina, il cucito e la puericultura.
  6. Stessa percentuale di maschi e femmine nei testi
    • Le donne e le bambine dovrebbero essere presenti nella stessa proporzione di uomini e ragazzi come protagonisti di racconti, esempi, problemi, illustrazioni, discussioni, prove dei test ed esercitazioni, indipendentemente dall’argomento e dalla materia. Non bisogna cioè ricorrere ai soli stereotipi per cui negli esercizi si parla di donne solo se si tratta di cucinare, cucire, fare le compere e simili.
  7. Parità nelle descrizioni
    • A uomini e donne dovrebbero essere attribuiti il medesimo rispetto, la medesima dignità e la medesima importanza. Entrambi i sessi dovrebbero quindi essere descritti con i medesimi termini.
    • Non si dovrebbero definire le donne mediante attributi fisici quando gli uomini vengono descritti attraverso attributi intellettuali o posizioni professionali. Quando non risulti pertinente, ogni riferimento all’aspetto di una donna, al suo fascino, o alla sua intuizione, dovrebbe essere evitato.
    • Nella descrizione di una donna va evitato qualunque tono paternalistico o sornione, al pari di ogni sottinteso, battuta o gioco di parole a sfondo sessuale. Vanno pure evitate le battute contro le donne, tipo i cliché delle donne al volante e delle suocere terribili.
    • Nel descrivere gli uomini, soprattutto quando rappresentati in ambito familiare, si dovrebbe evitare ogni riferimento alla loro presunta inettitudine nelle cose pratiche: non si dovrebbe caratterizzarli come dipendenti dalle donne per quel che riguarda i pasti, come imbranati nelle faccende domestiche o incapaci di prendersi cura di se stessi.
  8. Uso paritario e non sessista della lingua
    • Quando si parla del genere umano in generale, si dovrebbero evitare il più possibile le espressioni che tendono ad escludere le donne. Il termine uomo è sempre stato usato non solo per designare un individuo di genere maschile, ma anche più in generale l’umanità. Per molte persone, tuttavia, la prima connotazione (un essere umano di sesso maschile) è oggi divenuta così prevalente da non poter più considerare il significato di uomo abbastanza lato da riferirsi a qualunque individuo o all’umanità nel suo insieme. In ossequio a questa posizione, si dovrebbero cercare espressioni alternative da usare al posto di uomo (o costruzioni derivate indicanti l’umanità in generale) ogni qualvolta ciò sia possibile senza ricorrere a costruzioni goffe o forzate. Ad esempio si può sostituire “l’uomo” con “l’umanità, gli esseri umani, il genere umano, la gente”.
    • La lingua usata per designare e descrivere femmine e maschi dovrebbe trattare i due sessi allo stesso modo. Si devono quindi usare espressioni parallele per uomini e donne. Per esempio, non è corretto dire “gli uomini e le signore”; si dovrebbe invece dire “gli uomini e le donne; le signore e i signori; i ragazzi e le ragazze”. Le coppie signora e signore, marito e moglie, madre e padre sono termini indicanti dei ruoli. Perciò signore va usato per le donne solo quando per gli uomini si usa signori. Alla stessa stregua, si possono chiamare mogli e madri le donne solo quando si chiamano mariti e padri gli uomini. Un ulteriore accorgimento consiste nell’evitare di citare sempre per primi i maschi, alternando invece l’ordine di citazione dicendo ora donne e uomini, ora signori e signore, lei e lui, ecc.
    • Per indicare una donna va usato il suo nome e cognome (esempio: Indira Gandhi). Non si dovrà fare riferimento al suo ruolo di moglie, madre, sorella o figlia, a meno che questi ruoli non siano cosa significativa nel contesto. Non ci si deve riferire a una donna attraverso il suo stato civile (la signora Gandhi) a meno che tale definizione non sia stilisticamente preferibile (piuttosto di, per esempio, il primo ministro Gandhi) o non trovi riscontro in analoghe designazioni per gli uomini.
    • Anche i titoli professionali non dovrebbero essere sessisti; non si dovrebbero pertanto usare nomi diversi a seconda che la stessa mansione sia svolta da un uomo o da una donna. I termini generali, come medici e infermieri, vanno usati come se comprendessero entrambi i sessi, evitando di qualificare il titolo, per esempio dicendo medico donna o infermiere uomo.

63Due parole conclusive a commento di queste linee-guida. Le proposte pubblicate dalla casa editrice McGraw-Hill nel lontano 1974 sono sorprendentemente vicine a quelle recentissime redatte nell’ambito del progetto Polite. L’unico contesto in cui si notano differenze è quello linguistico, in particolare in merito ai titoli professionali. La proposta qui presentata è di “eguagliare la donna all’uomo”, usando i medesimi termini (solitamente al maschile) per entrambi i sessi. Le indicazioni più recenti, che in Italia sono arrivate nel 1986 con i lavori di Alma Sabatini, hanno invece come obiettivo quello di garantire la referenza al femminile dei titoli professionali, criticando decisamente l’uso di termini maschili per referenti di sesso femminile. Credo che questa diversa posizione abbia ragioni profonde, che riguardano una diversa interpretazione, o meglio un’evoluzione, del concetto di “parità” tra uomo e donna. Come spiega chiaramente Alma Sabatini:

  • 54 A. Sabatini, Il sessismo cit., p. 103.

Per «parità» non si intende «adeguamento» alla norma «uomo», bensì reale possibilità di pieno sviluppo e realizzazione per tutti gli esseri umani nella loro diversità. Molte persone sono convinte di ciò, eppure si continua a dire che «la donna deve essere pari all’uomo» e mai che «l’uomo deve essere pari alla donna» e nemmeno che «la donna e l’uomo (o l’uomo e la donna) devono essere pari»: strano concetto di parità questo in cui il parametro è sempre l’uomo54.

  • 55 Una proposta, autorevole, di periodizzazione del movimento femminista è presente nel volum (…)
  • 56 È proprio in quest’ottica che in tempi più recenti – dagli anni Ottanta – si è sviluppato (…)

64Evidentemente gli autori di queste proposte erano ancora legati ad un’idea di parità intesa come omologazione dei due sessi (in particolare del sesso femminile a quello maschile). Questo emerge chiaramente dalla loro proposta di sottolineare le caratteristiche umane comuni ( «uomini e donne andrebbero trattati in primo luogo come persone, e non come appartenenti a due sessi opposti…»). Si tratta questo di un retaggio della prima stagione femminista, quella emancipazionista, che rivendicava l’uguaglianza di diritti tra uomini e donne e auspicava il superamento delle loro differenze: non a caso lo slogan in cui si riconoscevano le donne del primo femminismo era «le donne sono uguali agli uomini». Nell’ambito della seconda stagione femminista – il new feminism55 – si assiste ad un’evoluzione del concetto di parità che si fonda proprio sul riconoscimento e la valorizzazione delle specificità femminili e maschili56. Le differenze di sesso non devono affatto essere eliminate o nascoste, al contrario, esse sono il presupposto per ottenere un’effettiva uguaglianza. In sostanza, uguaglianza e differenza non possono essere pensate separatamente:

  • 57 V. Iori, La differenza di genere: alcune questioni, in Aa. Vv., Con voce diversa. Pedagogi (…)

È infatti chiaro che la differenza, per potersi esprimere, ha bisogno dell’uguaglianza, valore irrinunciabile per impedire alla differenza di trasformarsi in discriminazione o subalternità. Analogamente l’uguaglianza, qualora prescinda dal valore della differenza, assume il carattere di omologazione e di disconoscimento nei confronti di ogni specificità e identità57.

  • 58 R. Pace, Immagini maschili e femminili cit.
  • 59 T. Giani Gallino, Stereotipi sessuali nei libri di testo, in “Scuola e città”, n. 4, 1973, (…)

65Si è già accennato allo scarso numero di pubblicazioni in Italia sul tema del sessismo nei testi scolastici. Prima del progetto Polite, che è nato alla fine degli anni Novanta, nel nostro paese era stato evitato un discorso che in altri paesi era stato affrontato già nei primi anni Settanta. In Europa (Gran Bretagna) e fuori dall’Europa (USA), il tema della parità nei testi scolastici, connesso strettamente al discorso sugli stereotipi di genere, aveva portato ad un proliferare di ricerche, spesso seguite da provvedimenti stabiliti a livello nazionale volti a garantire una più equa rappresentazione dei due generi nei materiali didattici. In Italia ricerche di questo tipo sono state rare e più tardive. Ad esclusione del testo di Rossana Pace58, di cui tratterò tra breve, ho individuato un solo articolo che tratta di una ricerca svolta sui testi scolastici italiani: il titolo è Stereotipi sessuali nei libri di testo, l’autrice è Tilde Giani Gallino59 . L’articolo è uscito nella rivista “Scuola e città” nel 1973 e sintetizza i risultati di un’indagine su dieci testi di lettura delle scuole elementari. I dati che emergono sono molto simili a quelli ottenuti, nello stesso periodo, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Anche nei testi scolastici italiani la distribuzione di protagonisti maschili e femminili risulta decisamente squilibrata, sia nei testi che nelle illustrazioni: il 74 % circa dei racconti e delle illustrazioni è dedicato ad imprese che hanno per protagonista un uomo o un ragazzo; il 15 % racconta ed illustra storie neutre o in cui compaiono uomini e donne; le briciole percentuali residue (10 % circa) parlano di fatti (a volte con relativa illustrazione, a volte no) che hanno per protagonista una donna o una bambina. Anche da un punto di vista qualitativo i risultati combaciano con quelli riportati nella raccolta di Elena Belotti: i racconti con protagoniste femminili sono sempre confinati fra le pareti domestiche, raramente le ragazze lasciano la calda protezione della famiglia o dei fratelli maggiori; al contrario, i maschi godono di grande libertà di movimento. Le scarse figure femminili sono rappresentate in modo semplicistico e stereotipato:

Quando poi le donne non sono in situazioni frustranti e ridicole oppure aiutate, protette, rassicurate dal maschio salvatore, sono illustrate in altri due o tre moduli fissi ed immancabili: la Madonna del Presepe, la Befana, la casalinga, la madre. Tuttavia parlando di “madre” non si deve commettere l’errore grossolano di ritenere che, nei libri di testo scolastici, la mamma sia vista come l’educatrice dei propri figli. La donna-di-casa-madre è sempre vista solo come quella che aggiusta calzini e grembiulini o fa torte squisite, all’educazione dei figli ci pensa papà [… ]60

66Al contrario, gli uomini, onnipresenti, sono raffigurati in una molteplicità di ruoli: dal santo al navigatore, allo scienziato, al pittore, al pilota, al patriota, al mangione, al contadino, all’uomo politico, al cacciatore, all’uomo della strada. Altro dato importante: nelle storie che hanno per protagonisti ragazzi o uomini non vi sono altre figure femminili, al contrario nei rari casi in cui la protagonista sia una ragazza subentra quasi sempre qualche figura maschile che, alla fin fine, è determinante. Leggendo questi testi si ha l’impressione che, mentre il mondo maschile è compiuto e completo in sé stesso, il mondo femminile è dipendente e necessita dell’interesse e dell’apporto maschile.

67Tilde Giani Gallino conclude l’articolo con una considerazione che la trova concorde con le colleghe americane e inglesi: gli stereotipi sessuali sono gravemente lesivi della personalità maschile non meno che femminile.

Mentre i testi analizzati relegano e condannano la donna ai lavori domestici, relegano e condannano al tempo stesso tutti i maschi a pesanti impegni e responsabilità di lavoro che non tutti i maschi sono disposti o capaci di accettare e fare propri. Solo pochi hanno infatti la forza fisica e morale, la “stoffa” dell’eroe, non tutti potranno sfondare e riuscire vincenti nella vita, ma la scuola ed i libri li spronano all’ambizione, a riuscire e comunque ad una costante e stressante emulazione con gli altri, in una situazione altamente competitiva61.

  • 62 E. Marinucci, Prefazione, in R. Pace, Immagini maschili e femminili cit., p. 9.

68Nel 1986 viene pubblicato il volume curato da Rossana Pace che è particolarmente importante perché nasce per iniziativa della Commissione Nazionale per la Realizzazione della Parità tra Uomo e Donna. Nella prefazione l’allora Presidente della Commissione, Elena Marinucci, sottolinea la portata e le conseguenze del messaggio informativo trasmesso dai testi scolastici, sostenendo che «chi crede nel ruolo attivo della scuola nella società non può non scegliere di lavorare per cancellare testi e contenuti spesso corrispondenti a una cultura ingiusta e discriminatoria»62 e si sofferma poi su un punto importante: alla scuola deve essere riconosciuto un ruolo dinamico. La scuola deve non solo rispecchiare quanto accade nella società, ma anche anticipare nella società stessa le proposte culturali più avanzate. Non è perciò accettabile che nelle mani dei bambini delle elementari continuino a circolare testi che danno della realtà lavorativa e sociale una visione parziale ed obsoleta, che ripropongono, senza guardare al nuovo, vecchi mestieri che, mentre offrono dell’uomo l’immagine di un soggetto attivo nell’ambito della società, continuano a presentare il ruolo esclusivamente casalingo della donna come un dato naturale e indiscutibile. Da qui, la proposta: i libri di testo italiani, ormai vecchi sia nei contenuti che nelle immagini, devono cambiare. Ma, affinché il cambiamento sia effettivo, non sono sufficienti isolate iniziative editoriali: occorre invece operare per una sensibilizzazione sul tema della parità, fuori e dentro la scuola. La ricerca di Rossana Pace avrebbe potuto essere un buon punto di partenza per cominciare a riflettere su questo tema. L’indagine si compone di due parti: la prima consiste in un sondaggio quantitativo, la seconda in una valutazione contenutistica dei testi e delle immagini. I testi presi in esame sono libri di lettura e sussidiari per la scuola elementare.

69Dalla ricerca qualitativa emergono i seguenti risultati:

Tab. 1. Il numero di volte in cui sono rappresentati bambine e bambini

Bambino 242 72 %
Bambina 98 28 %
Totale 340 100 %

Tab. 2. Il numero di volte in cui sono rappresentati uomini adulti e donne adulte

Maschio adulto 392 65 %
Donna adulta 215 35 %
Totale 607 100 %

Tab. 3. Presenza di maschi e femmine in ambiente interno

Maschio adulto 83 46 %
Donna adulta 97 54 %
Totale 180 100 %
Bambino 67 56 %
Bambina 52 44 %
Totale 119 100 %

Tab. 4. Presenza di maschi e femmine in ambiente esterno

Maschio adulto 81 81 %
Donna adulta 19 19 %
Totale 100 100 %
Bambino 235 86 %
Bambina 38 14 %
Totale 273 100 %

Tab. 5. Ruoli adulti maschili rappresentati

  • 63 Soldato, generale, eroe, guardia, carabiniere, vigile.
  • 64 Pastore, pescatore, cacciatore, contadino, giardiniere, autista, marinaio, spazzino, por (…)
  • 65 Avvocato, medico, “padrone”, sindaco, assessore, architetto, capostazione, direttore, di (…)
  • 66 Santo, principe, poeta, banchiere, ciclista, papa, presentatore, uomo illustre, re, mago (…)
Padre/marito 38 9,7 %
Uomo 86 21,9 %
Nonno/zio 18 4,6 %
Maestro/direttore 14 3,6 %
Ruoli “marziali”63 34 8,7 %
Lavori con qualifica “medio-inferiore”64 100 25,5 %
Lavori con qualifica “superiore”65 30 7,4 %
Altro66 72 18,4 %
Totale 392 100 %

Tab. 6. Ruoli adulti femminili rappresentati

  • 67 Portiera, bidella, cuoca, lavandaia, bambinaia, cameriera, parrucchiera, fruttivendola, (…)
  • 68 Fata, Befana, madonna, dea, regina.
Madre/moglie/compagna 112 52,1 %
Nonna/zia 17 7,9 %
Maestra 20 9,3 %
Lavoro “extradomestico”67 18 8,4 %
Donna 29 13,5 %
Altro68 19 8,8 %
Totale 215 100 %

70Come si evince dai dati, il maschio, sia adulto che bambino, è presente con una frequenza decisamente superiore a quella della femmina, bambina e adulta. Il 72 % dei bambini e il 65 % degli adulti, in totale rappresentati, è di sesso maschile. Nel caso in cui brani e illustrazioni riportino indicazioni relative al luogo in cui si colloca l’azione svolta dai personaggi, si verifica che il maschio adulto è proiettato fondamentalmente verso l’esterno, in attività strumentali, caratterizzate dagli elementi del successo e dell’affermazione di sé, dal valore dell’autonomia e dell’indipendenza. Il maschio padre-marito è l’unico membro della famiglia che sostiene rapporti privilegiati con la realtà esterna ed è inoltre capace di individuare per sé attività e dimensioni gratificanti. La femmina, al contrario, si orienta verso una dimensione interna, familiare, si realizza in ruoli espressivo-affettivi, rifuggendo la possibilità di autonomia e socialità. La sua dedizione al lavoro domestico-familiare incide, squilibrandola in partenza, sulla qualità di un eventuale lavoro esterno. Anche in quei rari casi in cui la donna svolge un lavoro extradomestico questo si configura essenzialmente come prolungamento dei ruoli di moglie e di madre: la donna è impegnata come bidella, parrucchiera, sarta; non svolge mai un lavoro direttivo, che richieda responsabilità ma si orienta verso lavori più ripetitivi, mal remunerati, dequalificati (nel campione analizzato compaiono una sola scrittrice e una sola donna medico). È con riferimento a questi modelli adulti, mediati dall’azione educativa di genitori e insegnanti, che i bambini apprendono che le aspettative nei loro confronti sono diverse in funzione del sesso cui appartengono. Il modello proposto ai lettori maschi è rapportato ai valori di affermazione, autonomia, indipendenza; il modello offerto alle bambine lettrici si configura essenzialmente per difetto, come carenza rispetto ai valori maschili (minore autonomia, scarsa affermazione individuale).

  • 69 R. Pace, Immagini maschili e femminili cit., p. 37.

71Dopo una valutazione preliminare quantitativa il lavoro di Pace prosegue con un’indagine qualitativa sui contenuti proposti ai bambini attraverso i testi e le immagini. Questa seconda fase di ricerca si focalizza su tre aspetti fondamentali: la struttura dei testi; le immagini della famiglia; gli uomini e le donne nel mondo del lavoro. Relativamente al primo elemento, l’autrice rileva un’impostazione – sia contenutistica che grafica – “indifferente” rispetto a quanto è accaduto nel mondo, almeno negli ultimi vent’anni. Si tratta, infatti, di testi completamente avulsi dalla realtà attuale: «La struttura è la stessa di quando il Paese si basava su una economia agricola, l’industrializzazione era ancora un sogno e la cultura elementare serviva, specie alle classi più povere, appena a “compitare” e a far di conto»69. Alcuni libri sono scanditi strutturalmente dai fenomeni naturali, quali le stagioni e i mutamenti che esse provocano nella natura, nei lavori domestici e in quelli dei campi. In questa rappresentazione idillica, assolutamente anacronistica, di vita campestre, la donna viene completamente dimenticata: le rapide apparizioni sono solo in veste di nonna, di moglie, di eterna fata, ecc. L’uomo, d’altro canto, è rappresentato in maniera monolitica come colui che lavora fuori casa. Ma il vero problema che emerge è la mancanza di articolazione dei modelli presentati. La rappresentazione di entrambi i sessi è fortemente semplificata, non lascia spazio a quelle differenziazioni che sarebbero invece necessarie per delineare in modo più realistico la complessità dei fenomeni sociali. Brani ed illustrazioni, nella maggior parte dei casi, appartengono ai compilatori del testo scolastico. Quando, tuttavia, si trovano stralci o immagini d’autore, non si può fare a meno di chiedersi: perché sono stati scelti proprio quelli? Sia che si tratti di racconti originali, sia che si tratti di citazioni, la scelta risponde infatti generalmente ad un criterio omogeneo: i compilatori dei testi si guardano bene dallo scegliere, all’interno del panorama della letteratura mondiale, esemplificazioni articolate di modelli maschili e femminili, che certamente non mancherebbero. In sostanza, in riferimento alla struttura dei testi, il dato più problematico che emerge è proprio questa generale omogeneità: perché è questa che forma lo stereotipo. Commenta l’autrice:

Nessuno vuol negare l’esistenza, nella realtà, di donne casalinghe, di mamme e nonne alle prese con torte e cucito. Né, beninteso, si intende negare il valore reale, oggettivo, sociale, del loro operato. Quel che non è accettabile è presentare ai bambini ed alle bambine un unico modello affermato come universale. È dare un unico sbocco alle loro aspirazioni, è falsare ai loro occhi la realtà, fatta di ben più ampi e molteplici modelli.

72La stereotipia dei ruoli non investe soltanto la sfera sociale-professionale (l’uomo lavora/la donna sta a casa) ma investe direttamente anche i modelli di carattere, di comportamento, di scelte di vita. Sarebbe dunque opportuno agire sulla rottura degli stereotipi su più fronti: accanto alla mamma casalinga si dovrebbe presentare la mamma impegnata fuori casa, accanto alla donna timida e sottomessa la donna aggressiva e intraprendente; allo stesso modo, si dovrebbero trovare nei testi immagini maschili più articolate: l’uomo deciso, l’uomo protettivo, l’uomo insicuro, ecc. La proposta di Rossana Pace non deve essere letta come un ribaltamento di vecchi modelli e una loro sostituzione con altri modelli alternativi. Non si tratta infatti di indicare un’unica via maestra scelta in modo moralistico e autoritario tra le diverse vie alternative; l’obiettivo è invece costruire libri di testo in cui il ventaglio dei modelli presentati come “possibili” apra nuovi orizzonti alle ragazze così come ai ragazzi. In particolare, sostiene Pace, ci dovrebbe essere una maggiore apertura rispetto all’interpretazione del concetto di “natura”:

Dai testi scolastici emerge, in genere, un’idea di natura caratterizzata dall’immutabilità, dalla ripetitività del ciclo, da qualcosa che segna eventi “superiori” di fronte ai quali o ci si “adatta passivamente” o, se si “interviene”, ciò viene vissuto in chiave di “ribellione” e perciò spesso soggetto a punizione. Non si va impunemente “contro natura”…70.

  • 71 V. Burr (1998), Psicologia delle differenze di genere, Bologna, il Mulino, 2000, p. 42.
  • 72 R. Pace, Immagini maschili e femminili cit., p. 38.

73Si può facilmente immaginare cosa accade quando questo stesso concetto di natura viene usato per giustificare le differenze tra i sessi: se si suppone (come i testi scolastici lasciano supporre) che tali differenze siano dovute a fattori biologici innati (alla “natura” appunto) esse risultano, in quanto tali, immodificabili. Ma non solo. Nella società occidentale contemporanea l’elemento naturale ha acquisito non solo un valore positivo, ma anche un valore morale: “naturale” è diventato sinonimo di “giusto”. Commenta a questo proposito la psicoioga Vivien Burr: «la tesi della naturalità delle differenze di genere ha assunto il peso di un imperativo morale: se gli uomini e le donne sono diversi per natura, queste differenze devono essere giuste. La natura viene scomodata a scopi ideologici»71. Se ciò che è naturale è giusto, ciò che va contro natura risulta giocoforza immorale. Per giudicare il sessismo dei testi scolastici un sistema efficace consiste allora nel porsi alcune semplici domande: quali cose, in un determinato testo, sono considerate come naturali? E, che cosa, sia pure implicitamente, viene considerato contro natura? Si può avere in questo modo un’idea dei principali stereotipi attribuiti in base al sesso72. La proposta di Pace è di modificare questo concetto di natura immutabile: dopotutto i numerosi progressi scientifici propongono un messaggio diverso e cioè che la natura è una realtà con cui l’essere umano è in continuo confronto e dialogo. Da qui l’invito a “sfidare la natura”, anche per eliminare le differenze tra i sessi.

  • 73 Per una disamina critica di tali ricerche consiglio la seguente lettura: L. Rogers, Sesso (…)

74Non mi trovo pienamente d’accordo su questo punto con Rossana Pace. L’espressione “sfidare la natura” lascia intendere la necessità di un’impresa eroica per combattere gli stereotipi sessuali, invece, a mio parere, non è necessario alcun atto eroico: basta cambiare prospettiva e mettere al centro del discorso la cultura anziché la natura. Poiché – nonostante innumerevoli studi e ricerche73 – non è mai stata dimostrata l’esistenza di differenze genetiche tra maschi e femmine, salvo quelle evidenti connesse con l’apparato riproduttivo, si deve concludere che le differenze di temperamento, di interessi, di abilità e di aspirazioni sono il risultato del processo di socializzazione. Pare pienamente condivisibile la tesi di Elena Gianini Belotti:

  • 74 T. Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine cit., p. 7. Le ricerche antropologiche cui s (…)

Finché le origini innate di certi comportamenti differenziati secondo il sesso restano un’ipotesi, l’ipotesi opposta che siano invece frutto dei condizionamenti sociali e culturali cui i bambini vengono sottoposti fin dalla nascita rimane altrettanto valida. Mentre però né la biologia né la psicologia sono in grado di dirci che cosa è innato e che cosa è appreso, l’antropologia ci ha dato precise risposte che appoggiano quest’ultima tesi. Ammesso che ve ne siano, non è in potere di nessuno modificare le eventuali cause biologiche innate, ma può essere in nostro potere modificare le evidenti cause sociali e culturali delle differenze tra i sessi74.

75Il problema non è allora quello di sfidare la natura ma di educare bambini e bambine senza preconcetti di genere, offrendo loro la possibilità di svilupparsi e di definire i propri progetti di vita nel modo che a ciascuno è più congeniale, indipendentemente dal proprio corredo genetico.

76Venendo alla parte centrale del volume della Pace, questa è dedicata alla rappresentazione dell’ambiente familiare, che conferma un’assoluta tradizionalità dei ruoli. In molti dei testi esaminati manca qualsiasi esempio che non sia quello della donna casalinga, manca qualsiasi spunto che rappresenti una realtà più dinamica. Si trovano soltanto una serie di mamme che cucinano, cuciono, preparano e ordinano la casa. Anche i papà sono raffigurati in modo semplificato e si parla di loro prevalentemente in funzione del loro lavoro: sono tristi solo se perdono il posto, non hanno altri possibili motivi di tristezza in quanto la loro emotività è legata al ruolo. In un brano per la classe terza elementare un bambino parla di suo padre in questi termini: “Mai visto piangere il babbo… Egli è un uomo, non si lamenta e s’irrigidisce. Il babbo m’ha insegnato a tacere e disprezzare il dolore”; diverso il comportamento della mamma che (nello stesso brano) “piangeva e piangeva” pur cercando di “trattenere lo spasimo”. La terza e ultima area tematica del volume è dedicata alla rappresentazione di uomini e donne nel mondo del lavoro. Alcuni libri offrono uno spaccato inverosimile delle professioni. C’è un brano per la classe seconda in cui vengono rappresentati mestieri quali quelli del lampionaio, dello spaccalegna, dell’arrotino ambulante e del lustrascarpe; tutti in un’unica pagina e non accompagnati da nessun’altra rappresentazione di lavoro meno desueto. Naturalmente, in questo mondo, l’unica donna rappresentata fa la fioraia e, per di più, “sta per sposarsi”. Altri libri presentano un rinnovamento grafico che ripropone però il solito discorso. Che senso ha, infatti, riprodurre in una stessa pagina, foto moderne fra le quali l’unica donna che si vede fa il mestiere di stirare, sia pure “in modo moderno”? Il tutto accompagnato da un testo che assicura che il lavoro è la misura della propria intelligenza! Nella rappresentazione del mondo del lavoro emerge quindi un’assoluta mancanza di realismo: i mestieri sono quelli di un tempo, in via di sparizione e sono esercitati quasi esclusivamente da uomini; le donne sono per la maggior parte escluse dal lavoro extradomestico.

77L’ipotesi da cui muoveva la ricerca di Pace è che i libri scolastici dovessero offrire un’immagine realistica della società e suggerire un’ampia varietà di esempi e situazioni, così da predisporre le nuove generazioni al cambiamento e alla trasformazione dei ruoli. La conclusione cui essa giunge è che accanto ad alcuni lodevoli sforzi di ammodernamento dei contenuti e delle immagini, vi è una prevalente tendenza all’immobilismo, che è poi mancanza di realismo: nella rappresentazione del mondo del lavoro, nel linguaggio e, soprattutto, nell’attribuzione dei ruoli e delle mansioni che vede le donne relegate nelle posizioni tradizionali di casalinghe affaccendate e talvolta – è il massimo della concessione – di benefiche fate, e interpretate nel ruolo di madri, secondo cliché desueti. Da notare la congruenza tra questi risultati e quelli ottenuti da Tilde Giani Gallino circa dieci anni prima. Sia i dati quantitativi che quelli contenutistici descrivono un panorama molto simile, troppo simile: sembra che nel decennio che va dalla metà degli anni Settanta alla metà degli anni Ottanta in Italia non ci sia stata la minima evoluzione rispetto alla cultura di genere. Oppure, se c’è stata evoluzione, questa non è stata registrata dal mondo della scuola.

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“https://books.openedition.org/res/4696”
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