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G20, Italia al centro del mondo


Joe Biden e Mario Draghi all'arrivo a Palazzo ChigiJoe Biden e Mario Draghi all’arrivo a Palazzo Chigi

È l’immagine dei porti nordamericani sul Pacifico che dovrebbe fare da sfondo alla «foto opportunity» del G20 di Roma iniziato, di fatto, già ieri. Questa immagine, che si ripete in tutti i porti, mostra migliaia di container sistemati l’uno sopra l’altro nei piazzali, in file interminabili, in attesa di essere caricati sui convogli ferroviari o sui monumentali «trucks» e portati a destinazione. Joe Biden (in perenne lotta con le proprie mediocrità e tuttavia nient’affatto statico o inerte) ha autorizzato le autorità portuali a stabilire turni h. 24 per smaltire l’immensa quantità di merci in costoso stazionamento. In effetti, la situazione ha due gravi conseguenze: il mancato arrivo delle merci a destinazione; il mancato ritorno dei container in Vietnam e in Cina. Si interrompe così il circuito che lega il mercato cinese e le sue produzioni prima di tutto al mercato americano.

Parliamo di un aspetto non secondario di una grande crisi globale le cui altre componenti vanno trovate nell’aggressività politica di Xi Jinping, e nella crescita esponenziale della macchina da guerra cinese che non è ancora confrontabile con quella Usa, ma che ha percorso la scorciatoia delle cosiddette «guerre stellari» lanciando e testando un satellite ipersonico capace di sganciare ordigni nucleari sulla terra secondo la propria traiettoria. Questo significa che un pezzo della dottrina americana volta a sostenere una pace globale fondata sulla propria supremazia delle armi è stata gravemente scossa. È indubitabile che in tempi brevi la tecnologia americana eliminerà il gap con la Cina e probabilmente la supererà. Ma è certo che la competizione tra le due superpotenze, vicino alle quali si collocano Russia e India, è prossina al livello di deflagrazione.

Sul punto, il leader cinese è convinto che per quanto grave e pesante possa essere il bilancio finale di una sfida nucleare, la popolazione cinese rimanente sarà sempre molto più numerosa di quella degli altri stati e che quindi la propria supremazia non sarà scossa. Questi scenari futuribili debbono essere coltivati -come fanno in Usa, in Cina, a Mosca, nel Regno Unito, in Germania, in Francia e anche in Italia (vedi Aspen Institute)- nei «think tank» in modo da offrire ai governi un sempre aggiornato quadro dei rapporti mondiali e dei possibili sviluppi. Ora, sembra evidente che, almeno per un po’, lo showdown sarà evitato, restando sempre nell’attuale bollente atmosfera lo spauracchio di un incidente capace di scatenare uno scenario bellico.

E l’Europa? L’Europa ha compiuto un forte e decisivo passo avanti nella gestione della crisi e ha riaffermato con i fatti e con gli euro il suo ruolo attuale e le ampie possibilità che la sua esistenza e il suo rafforzamento presentano ai paesi dell’Unione. Emerge, tuttavia, con sempre maggiore insistenza non solo nelle sedi politiche, ma anche nelle rappresentanze imprenditoriali, l’idea di avviare una politica di affrancamento dalla attuale subordinazione alla Cina. E, contemporaneamente, cresce l’idea di fare dell’Europa la Svizzera dei prossimi decenni.

Questi due obbiettivi mostrano in modo evidente come, per gli europei, l’Ue è l’unica possibilità per esistere e crescere, salvaguardando una sovranità continentale (sovranazionale) e una sovranità nazionale coniugate in modo armonioso. Ciò significa che la politica deve accettare i dati della realtà e delle sue prospettive. La primazia europea in Europa è sempre meno costosa e meno lesiva delle nazioni, di quanto non possa essere l’aggregarsi al carro della Russia, della Cina, degli stessi Stati Uniti.

Il ruolo che ha assunto, oggi, l’Italia, mediante il suo premier Mario Draghi, ci ha dimostrato come il club di governo non ci ha mai esclusi. Siamo stati noi italiani dopo le grandi intese con François Mitterand, Jacques Chirac, Helmut Kohl, Bettino Craxi, e tirarci fuori per un complesso di ragioni, la prima delle quali è il tracollo delle qualità politiche espresse dagli italiani. Per la prima volta, da allora, un italiano è diventato un punto di riferimento continentale e, in qualche misura, mondiale. E non pensate che in questo ragionamento abbia escluso Romano Prodi. Non ne ho parlato, perché la sua scia è una scia meramente nazionale e, se ha rivestito il ruolo di presidente della commissione, non ha peraltro lasciato un’impronta salvo per la disastrosa apertura dell’Europa a una serie di paesi dell’Est che, da allora, costituiscono un grave problema per la gestione (unanimista) dell’Unione, per il complesso di tensioni che hanno portato a Bruxelles e per gli effetti sul mercato europeo del lavoro (ragione questa del crescere delle pulsioni sovraniste e xenofobe).

Il G20 di Roma è un passo sulla strada giusta. Un passo tra le centinaia da compiere sulla strada dell’autonomia continentale e dell’assunzione di un ruolo mondiale dell’Unione. Essere la Svizzera del mondo non significa puntare sul disarmo: tutt’altro. Significa dotarsi di una forza militare autonoma, da impiegare nell’interesse dell’Europa stessa. Con l’effetto del superamento -indifferibile- della Nato, ridottasi ormai a mero supporto della politica di potenza (zoppicante) degli Usa, e della ripresa di un ruolo europeo in Medio Oriente e nel Magreb.

Insomma, l’evoluzione è rilevante e dobbiamo starci dentro: noi italiani, noi europei. Le passate diserzioni, l’attuale mefitico provincialismo (quello che faceva accusare Draghi del fatto che l’Italia fosse l’unico paese a imporre il green pass: per il che abbiamo riscosso l’apprezzamento del mondo riscontrando l’ampliarsi dell’area dei paesi con green pass e l’aggravarsi della pandemia nelle nazioni poco severe nel gestirla), l’eterno ritorno della sinistra al vuoto massimalismo a scapito del riformismo non possono prevalere. Oggi, è però necessario spiegare agli italiani la realtà nella quale viviamo e le prospettive che ci stiamo conquistando.

www.cacopardo.it

Source

“https://www.italiaoggi.it/news/g20-italia-al-centro-del-mondo-2539195”
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